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Scritto da Webmaster Calypso
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Venerdì 07 Settembre 2007 21:00 |
La Decima Flottiglia MAS, meglio conosciuta come Decima MAS o X MAS, brevemente "la Decima", fu un unità speciale della Regia Marina divenuta famosa per le sue coraggiose operazioni nella Seconda Guerra Mondiale, con l'affondamento di molte unità alleate durante la prima fase del conflitto e per le sue spericolate azioni SUBACQUEE
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Scritto da paginedidifesa
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Martedì 13 Dicembre 2005 16:22 |
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IL LIBRO: Teseo Tesei e gli Assaltatori della Regia Marina, di Gianni Bianchi
"Maggiore! è imperativo che la carica esploda alle ore 4.30, al massimo alle 4.41 se lei ha fallito dovrò dar ordine agli altri di far saltare il ponte". Con queste parole il comandante Vittorio Moccagatta congedò il maggiore Tesei, che a sua volta rispose: "Non si preoccupi comandante, a costo di spolettare a zero, alle 4.30 l’ostruzione salterà". Così descrive Gianni Bianchi il commiato tra i due componenti del gruppo destinato alla missione di forzatura del porto grande di La Valletta, nell’isola di Malta, nella notte tra il 25 e 26 Luglio 1941.
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Scritto da ANAIM
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Domenica 13 Novembre 2005 20:21 |
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Continua la nostra ricerca sulla Storia della Subacquea. (dal sito ANAIM)
RAI Educational: La Storia siamo Noi - La guerra occulta 1941 Operazione Alessandria
- Chi è Valerio Borghese
- Le testimonianze di Birindelli e Ramoino
- Le incursioni
Durante i mesi di ottobre e novembre 1941 l’attività dei mezzi d’assalto degli incursori Sommozzatori della Marina Italiana registrò un periodo di stasi operativa.
Ai primi di dicembre venne progettata l’operazione di forzamento di Alessandria, già tentata due volte nel corso del 1940 e in entrambi i casi, frustrata, in seguito all’affondamento dei sommergibili “avvicinatori” Iride e Gondar”.
Lo studio dell’operazione fu ripreso nel novembre 1941: questo ne è il racconto.
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Scritto da Webmaster Calypso
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Martedì 01 Novembre 2005 01:51 |
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Il Galata Museo del Mare, con i suoi 10000 metri quadrati di spazi espositivi, è il più grande museo nell'area mediterranea. Il Museo combina tradizione e innovazione tecnologica. Diciassette grandi sale. Spettacolari ricostruzioni di cantieri e ambienti portuali, postazioni multimediali, spettacolari effetti sonori e visivi, integrano la ricca esposizione di strumenti nautici, atlanti, carte nautiche, armi e quadri antichi, per una visita istruttiva e divertente al tempo stesso. Quattro piani per ripercorrere negli ambienti dell’antico Arsenale della Repubblica di Genova la storia della navigazione dal remo alla vela, dai piroscafi a vapore alle lussuose navi da crociera. Un viaggio nel tempo per scoprire il rapporto dell’uomo con il mare.
L'EPOCA DEL REMO Al piano terra, dedicato alla navigazione a remi, la protagonista è la grande Galea genovese. Fedele ricostruzione di una nave del XVII secolo, è lunga 40 metri e alta a poppa 9. E’ posta sullo scivolo originario usato per il varo delle navi a cui Genova affidava la difesa della sua potenza sul mare.Sul ponte di coperta si osservano i banchi paralleli dove i forzati erano incatenati ai remi.
L'ETA' DELLA VELA Il primo e il secondo piano sono dedicati all’Età della vela. Molto più che una esposizione di strumenti nautici, atlanti e quadri d’epoca, la visita permette di rivivere l’esperienza della vita a bordo. Ricostruzioni di ambienti e spettacolari effetti sonori vi guideranno attraverso gli oceani facendovi provare persino il brivido di una tempesta al largo di Capo Horn.
L'ETA DEL VAPORE Il terzo piano è dedicato alla navigazione a vapore. Dai primi piroscafi che trasportavano migliaia di emigranti nelle Americhe, alle lussuose e mitiche navi da crociera, come la Raffaello, la Michelangelo e il Rex, di cui è esposta la campana originale. Un viaggio nella memoria e nello stile, ricreato con spettacolari effetti cinematografici e immagini d’epoca. SCOPRI IL MONDO SEGRETO DEI palombari Prova un vero scafandro da palombaro Hai il brevetto da sommozzatore? Prenota con almeno una settimana di anticipo un'immersione nella vasca all'interno del museo. Per prenotazioni : 010 2345655
LA COLLEZIONE BEPPE CROCE al Galata Museo del Mare: lo sport incontra il mare
Una collezione prestigiosa di dipinti, raccolti lungo una vita da Beppe Croce, fa rivivere l'evoluzione delle barche a vela, dette yacht, dal 1832 al 1907. Gli oltre cento dipinti della collezione sono veri e propri "ritratti" di barche a vela, che "Fotografano" le protagoniste dell'epoca in cui nascono e si affermano le grandi competizioni sportive veliche, come la Coppa America e la Fastnet.La collezione è un'importante acquisizione per il Galata Museo del Maree lo colloca al pari dei grandi musei europei, per quanto riguarda l'iconografia marittima. La collezione fu raccolta da Beppe Croce, noto soprattutto per il contributo dato allo sviluppo della cultura velica in Italia. Beppe Croce nasce a Genova l'11 dicembre 1914. Un Dinghy 12 piedi, regalatogli dal nonno a otto anni, è la prima di una lunga serie di barche di sua proprietà e segna l'inizio di una grande passione velica e di una lunga attività sportiva.Dopo essersi affermato nelle più importanti competizioni veliche internazionali, tra le quali le Olimpiadi di LOndra nel 1948, diventa dirigente della vela italiana, come capo equipe della squadra azzurra alle Olimpadi di Helsinki del 1952. Le nomine a Presidente Federazione Italiana Vela nel 1957, a Presidente dello Yacht Club Italiano nel 1958 e a Presidente dell'International Yacht Racing Union nel 1969 coronano una vita dedicata alla vela. Si spegne a Genova nel 1986.
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Scritto da Webmaster Calypso
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Giovedì 08 Settembre 2005 16:11 |
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Historical Diving Society - ITALIA
"Promuove la conoscenza della storia della subacquea nella consapevolezza che la stessa e' una parte importante e significativa dello sforzo tecnologico compiuto dai nostri avi, che si compie tuttora, sulla strada del sapere umano"
Costituita a Ravenna nel 1994, la Historical Diving Society Italia, associazione culturale no-profit, è collegata alle omologhe dell' UK (1990); degli USA (1992); del South Africa (1995); della Danimarca (1996); dell' Australia and South East Asia (1997); del Canada (1998); della Germania, del Messico, della Svezia e della Russia, sorte nel 1999; della Norvegia (2000) e della Francia (2002).
Ne è presidente onorario la M.O.V.M. Luigi FERRARO, mentre il presidente del Consiglio Direttivo è Faustolo RAMBELLI.
Fin dalla sua fondazione la HDS Italia organizza, annualmente - in città marinare diverse, con il patrocinio dei relativi Comuni e di enti prestigiosi, tra cui la Marina Militare, l'Acquario di Genova, l'Accademia Internazionale di Scienze e Tecniche Subacquee di Ustica - un convegno nazionale su tematiche diverse della storia dell'immersione. L'ultimo si è tenuto a Viareggio nel mese di maggio 2003, sulla storia della medicina subacquea ed iperbarica.
Un'ulteriore iniziativa di grande richiamo è rappresentata dalle mostre itineranti di materiale storico-subacqueo, realizzate in numerose città italiane ma anche in Francia, in collaborazione con enti diversi e con organizzazioni affini.
Di particolare interesse sono i brevi corsi d'addestramento per palombari sportivi, che si prefiggono di far rivivere ad esperti subacquei l'emozione dell'immersione con lo scafandro flessibile da palombaro, e di stimolare in loro la cultura delle tradizioni. Tali corsi si svolgono a tempo pieno durante un week-end, con istruttori ed attrezzatura forniti dall'Associazione ed un rapporto massimo di un istruttore ogni tre allievi. Come dice Giancarlo Costa, "è vero che con l'autorespiratore l'uomo diventa un po' pesce, mentre con lo scafandro da palombaro rimane un intruso nel mondo sottomarino, ma forse proprio per questo motivo è una cosa che va assolutamente provata, ci fa capire in quali condizioni lavorassero i nostri predecessori, è un'esperienza che tornerà utile in altri tipi di immersione, e poi...è maledettamente divertente!"
Chi è interessato può contattare:
Gian Paolo Vistoli
tel 335.544405 / fax 0544.270565
e-mail
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Fabio Vitale
tel 348.8538257 - 045.8303001
e-mail
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La HDS Italia pubblica inoltre un'interessante rivista trimestrale riservata ai propri associati, che tratta esclusivamente argomenti legati alla storia della immersione nei suoi molteplici aspetti: tecnica, Fotografia, archeologia, biologia, oceanografia, medicina, militaria, ecc. Gli articoli sono scritti da soci e collaboratori, oppure ripresi dalle riviste delle altre HDS. I numeri arretrati possono essere richiesti al prezzo di euro 3,00 più spese di spedizione all'HDS, Italia: - Fax 0544 531013 -
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Non ultimo, l'Associazione dispone di una qualificata cineteca, oggi ricca di 58 videocassette a soggetto sportivo, cinematografico, archeologico, ambientale - dove il mare è, ovviamente, sempre protagonista - e di una biblioteca, anch'essa incentrata sulla storia dell'attività subacquea e del mare in genere, consultabile sia nell'apposita pagina Web sia presso il Museo.
L' Historical Diving Society Italia ha infatti realizzato - in stretta collaborazione con il Comune di Ravenna e con il contributo di Enti ed Associazioni - il "Museo Nazionale delle Attività Subacquee", nel suo genere unico in Italia, inaugurato il 14 novembre 1998, a Marina di Ravenna (Ravenna), in Viale IV Novembre 86/a. Nel 1999 il Museo ha ricevuto il Nautiek Award, assegnato alla struttura che ha maggiormente contribuito alla conoscenza della storia dell'attività subacquea.
Al "Museo Nazionale delle Attività Subacquee" si giunge attraverso uno spazio verde ove sono ora esposte una campana per alto fondale ed una sfera butoscopica; all'ingresso del museo è appeso un pannello musivo con il logo HDS Italia, rappresentato dall'elmo da palombaro dei fratelli Deane (1828). Dopo la biblioteca e il bookshop si aprono quattro sale tematiche:
Sala A - "MARINA MILITARE": scafandro rigido articolato "Galeazzi", manichini con mute da incursore, stampe d'epoca e Foto che illustrano la nascita e l'evoluzione dei siluri a lenta corsa, comunemente chiamati "maiali", usati dagli incursori italiani nell'ultima guerra, oltre ad un'ampia testimonianza dell'evoluzione degli scafandri rigidi articolati nel mondo.
Sala B - "CRISTO DEGLI ABISSI": stampe del 1700 e 1800 che ripercorrono l'avventura subacquea dell'uomo; vari esemplari di custodie stagne per macchine Fotografiche, alcune costruite artigianalmente negli anni Cinquanta, oltre ai primi esempi di tipo industriale; una delle prime camere di decompressione, ossia un monoposto "Galeazzi" affidato al museo dall'Università di Ferrara. La sala prende il nome dal "pezzo forte" del museo e cioè la statua originale in gesso del "Cristo degli Abissi" dello scultore prof. Guido Galletti, il cui bronzo giace nei fondali di S.Fruttuoso a simbolo della subacquea mondiale. Completa la sala un'ampia cronistoria della statua stessa, nata da un'idea di Duilio Marcante (1963), realizzata da Guido Galletti (1964), ritrovata da Faustolo Rambelli e Vittorio Giuliani Ricci (1993) e restaurata da Mauro Bartolotti (1998).
Sala C - "LAVORO SUBACQUEO". Ospita:
- due diorami a grandezza naturale, uno sull'attività del palombaro, con attrezzature d'epoca, ed uno su quella del moderno sommozzatore commerciale con attrezzature attuali.
- una copia funzionale della prima custodia subacquea di Louis Boutan del 1895 realizzata da Danilo Cedrone, Giancarlo Bartoli, Federico De Strobel;
- custodie stagne per cineprese donate da Folco Quilici, Alessandro Olschki, Guido Mentasti, Raimondo Bucher ed altri;
- attrezzature del lavoro subacqueo e vari erogatori.
Sala D - "MOSTRE TEMATICHE", riservata ad esposizioni temporanee, periodicamente rinnovate, di cui il sito della Historical Diving Society Italia fornisce ampi dettagli.
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Scritto da Webmaster Calypso
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Giovedì 08 Settembre 2005 15:46 |
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I marinai viareggini erano famosi non solo sopra l'acqua, a bordo dei mitici velieri conosciuti come «barcobestia»: se la cavavano niente male anche sott'acqua, nelle vesti scomode e ingombranti dei palombari. Lo attestano - nei primi anni Trenta - almeno un paio di tavole disegnate da Beltrame per la «Domenica del Corriere» e dedicate agli uomini dell'«Artiglio», la celebre nave recuperi che legò il nome di Viareggio a un'esaltante epopea di coraggio, tecnologia e geniale artigianato. La storia dell' «Artiglio», che Viareggio ha celebrato con un Premio internazionale (consegnato il 28 aprile al teatro Eden alla memoria del comandante Jacques-Yves Cousteau), ha tutti gli ingredienti per appassionare: c'è il tèsoro sommerso a bordo dell'«Egypt», un transatlantico inglese colato a picco nel 1922 nella Manica; c'è la caccia ostinata e paziente al relitto. C'è l'inopinata tragedia con l'esplosione in mare e la scomparsa di un gruppo di uomini coraggiosi: c'è, infine, la rivincita, con il recupero dei lingotti d'oro e argento affondati da parte del secondo «Artiglio»: un'impresa allora giudicata impossibile.
L'avventura dell' «Artiglio» comincia nella seconda metà degli anni venti quando la società di recuperi marittimi del genovese Giovanni Quaglia, la Sorima, ingaggia un gruppo di palombari viareggini guidato da Alberto Gianni. Viene allestita una flotta di navi recupero: l'«Artiglio», il «Rostro» e l'«Arpione», cui successivamente si aggiungeranno il «Raffio», il «Rampino» e il «Rastrello», tutti «nomi con le unghie». Con il passaggio alla Sorima i palombari viareggini lasciano i tradizionali scafandri in caucciù per indossare gli scafandri metallici della Neufeldt & Kunke, che li fanno somigliare a strani robot marziani. Ma neppure queste armature d'acciaio funzionano bene a tali profondità: così Gianni progetta e costruisce la torretta batoscopica: un cilindro dotato di oblò di osservazione, che può essere calato a quote proibitive. Nel 1928 la flottiglia della Sirima recupera un carico di zanne di elefante dalla carcassa della «Elizabetville», nave da carico affondata, dopo un siluramento, nel Golfo di Biscaglia.
Nel 1929 arriva l'ordine di cercare il relitto dell'«Egypt», che cela nella sua stiva oro e argento per il valore di oltre un milione di sterline. Ci hanno provato, senza esito, navi recupero francesi, inglesi, tedesche e scandinave. Ci riescono gli uomini di Gianni, con un sistema di scansione sottomarina, dopo aver delimitato un ampia area di mare, l'«ArLiglio» e il «Rostro» arano il fondo con un cavo d'acciaio. Dopo numerosi falsi allarmi, il 29 agosto del 1930 viene individuato il relitto dell'«Egypt», su un fondale di 130 metri nei pressi di
Il Comandante dell'Artiglio con il titolare dell'agenzia di recuperi ed alcuni membri dell'equipaggio, di fronte ad un mucchio di lingotti d'oro recuperati dal transatlantico Egypt
Brest. Ma si avvicinano le burrasche d'autunno, e così la Sorima rimanda alla bella stagione il recupero del tesoro sommerso, inviando l'«Artiglio» a demolire la carcassa del «Horence», nave americana adibita al trasporto di munizioni e affondata nel 1917 davanti alle coste bretoni. La nave, che giace su un basso fondale, è una vera polveriera sommersa. Lo smantellamento procede a colpi di mina. Il 7 dicembre 1930 è il giorno fatale. Una carica innesca l'esplosione di 150 tonnellate di munizioni celate nel ventre del «Florence»: è un'immane deflagrazione che distrugge anche l'«Artiglio», troppo vicino al relitto, meno di 200 metri. Muoiono Alberto Gianni, i palombari Aristide Franceschi e Alberto Bargellini e 9 componenti dell'equipaggio. Poteva essere la fine, fu invece l'inizio della rivincita. I colleghi di Gianni, a bordo di un nuovo «Artiglio», ripresero la sfida dell' «Egypt». Il 22 giugno 1932 venne recuperato il primo lingotto d'oro, con una benna calata nella camera del tesoro del transatlantico. E fu il trionfo dei palombari viareggini.
DONATO SODINI
ed i recuperi navali compiuti dai palombari dell'Artiglio nel dopoguerra
Prof. Manlio Milazzo -Istituto Tecnico Nautico "ARTIGLIO" - Viareggio
Donato Sodini nacque a Viareggio nel 1904 ed è considerato uno dei più famosi palombari di questo secolo.
Già padrone marittimo, frequentò la scuola per palombari prima a La Spezia e poi a Gaeta. In seguito si formò praticamente alla scuola di Alberto Gianni e partecipò alle mitiche spedizioni delle navi della SORIMA cioè l'Artiglio, il Rostro ed il Raffio insieme al fratello Fortunato.
In questo periodo si manifestarono le sue eccezionali capacità di palombaro che, via via, miglioreranno
in seguito ad una notevole mole di lavoro, arricchendolo di innumerevoli esperienze. Questo periodo si rileva particolarmente fecondo di invenzioni sulla tecnica subacquea, in particolare da parte del geniale Alberto Gianni, invenzioni che daranno successivamente il via alle tecniche subacquee moderne.
Il lavoro di palombaro, svolto a quei tempi, era durissimo, sia per i lunghi turni di lavoro, sia per le attrezzature, che erano alquanto primitive, sia per le rischiosissime immersioni connesse a pericoli poco conosciuti.
In questa ricerca sulla vita di Sodini sono stati contattati alcuni compagni di lavoro e tutti loro hanno fornito le stesse considerazioni sulla sua personalità. Egli aveva una corporatura erculea ed era dotato di una forza fisica straordinaria; come ricordano i palombari Napoli e Piacentini, durante il recupero del Cavour, da solo riuscì a sollevare un peso di oltre 200 kg che non era stato neppure spostato da una squadra di quattro uomini che aveva più volte tentato di muoverlo.
Sodini era un instancabile lavoratore ed imponeva ai suoi subalterni ritmi di lavoro durissimi, spesso protratti dal sorgere al tramonto del sole. Nonostante fosse per natura collerico, era decisamente un leader e gli uomini alle sue dipendenze gli si affidavano, confidando nelle sue capacità tecniche e, nonostante le apparenze, anche nelle sue doti umane. Se da una parte era piuttosto taciturno, scriveva moltissimo; il figlio prof. Claudio conserva un'enorme quantità di manoscritti sugli argomenti più disparati ed in particolare risultano meticolosissimi gli appunti di lavoro su quello che Donato Sodini aveva in mente di attuare.
Tralasciando il suo lavoro prima della II guerra mondiale che, tra l'altro è stato ampiamente illustrato nei libri sull'Artiglio, occupiamoci di un recupero navale compiuto dai palombari viareggini e quindi anche da Sodini nel dopoguerra. L'Italia, in quel periodo storico, vinta da una guerra mondiale, era in condizioni disastrose ed in particolare i fondali marini prospicienti le sue coste erano disseminati di relitti di navi militari e mercantili e di aeroplani, che costituivano un pericolo per la navigazione marittima.
Per svolgere questo colossale lavoro di rimozione occorrevano degli uomini altamente preparati ed abituati a lavorare duramente; evidentemente Sodini e i palombari di Viareggio rispondevano perfettamente al caso.
Di questi anni risulta piuttosto difficile ricostruire la sua opera in ordine cronologico poiché egli era spesso chiamato in più lavori che si svolgevano contemporaneamente. Ed ecco che lo troviamo al largo di Anzio intento a rimuovere i mezzi da sbarco utilizzati dagli americani ma, nello stesso periodo, come se avesse il dono dell'ubiquità, si occupa anche del recupero di una petroliera francese in Liguria.
Poiché non è possibile in questa sede trattare tutti i recuperi navali compiuti da Sodini, ci limiteremo a descrivere quello che è stato il più famoso e cioè il sollevamento del Conte di Cavour nelle acque antistanti Trieste.
RECUPERO DEL "CONTE DI CAVOUR"
Racconto sul recupero effettuato dai palombari dell'Artiglio riferito a Manlio Milazzo dai palombari Napoli e Piacentini.
Alcune caratteristiche della nave:
lunghezza 210 m
larghezza 26 m
spessore della corazza 25 cm
dotata di casse di bilanciamento per evitare pericolosi sbandamenti in seguito ad eventuali siluramenti
La nave fu affondata una prima volta a Taranto durante un blitz inglese nella seconda guerra mondiale.
Fu subito recuperata e portata a Trieste per completare i lavori necessari a rimetterla in efficienza.
L'8 settembre 1943, esattamente nel giorno in cui fu firmato l'armistizio dal maresciallo Badoglio, un aereo militare inglese la silurò; la nave affondò capovolgendosi e sprofondando in un fondale fangoso. All'affondamento contribuì molto probabilmente la complicità dell'equipaggio che aveva lasciato tutti gli oblò aperti ed i cannoni non in castagna, forse per evitare che la nave cadesse in mano tedesca.
Essa assunse una posizione definitiva sbandata di 32° a sinistra; ad una profondità di 13m.
Il recupero sovvenzionato dal commendator Armando Vasi, fu affidato a una squadra di otto palombari comandata dal cavalier Donato Sodini che operò a Trieste dal novembre 1950 all'aprile del 1952 e che si avvalse della strumentazione e dei macchinari dell'arsenale di La Spezia.
Furono applicate sopra il fondo della nave capovolta delle "campane metalliche", che avevano lo scopo di far accedere i palombari al1'interno della nave, dove era stata introdotta dell'aria compressa per rendere più comodo il loro lavoro.
La campana era di dimensioni più grandi e servì da magazzino per depositare gli oggetti che i palombari portavano dopo averli recuperati dalla nave.
La nave fu alleggerita al massimo, furono tagliate le eliche e le torrette dei cannoni che erano completamente sprofondate nel fango, utilizzando prima una fiamma prodotta dalla combustione di idrogeno e poi, per motivi di maggior sicurezza, una fiamma alimentata da propano.
Successivamente furono agganciati otto cilindri di sollevamento che fornirono singolarmente una spinta di 150 tonnellate e che provocarono la sua emersione sorprendendo quegli ingegneri e quei tecnici che non credevano ai lavori della squadra del Sodini che procedeva unicamente con mezzi dettati da esperienza pratica.
Durante i lavori i palombari avevano a disposizione solo dei mezzi artigianali; l'illuminazione era affidata a lampadine alimentate da un conduttore che entrava dalla campana ed avevano delle semplici tute di gomma.
Il lavoro era molto duro, sia per le condizioni in cui operavano i palombari (si pensi che sopra l'acqua galleggiava ovunque nafta che rendeva quasi irrespirabile l'atmosfera sovrastante), sia per i lunghi turni di lavoro imposti da Sodini (dal sorgere al tramonto del sole), sia per tutti i pericoli connessi con l'operare in immersione a notevole pressione, come il pericolo dell'embolia gassosa cui andarono incontro anche Napoli e Piacentini.
I lavori di recupero dei materiali all'interno della nave proseguirono anche dopo la sua emersione poiché questi erano di notevole pregio come i tubi per i condensatori.
Per facilitare questi recuperi fu successivamente praticata sul fondo della nave un'apertura quadrata di 3 x 3 m ed applicato un particolare bigo; i materiali erano poi trasportati a terra mediante dei pontoni e con l'appoggio del motoveliero "Sauro".
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