Domenica, 10 Dicembre 2006 15:25

Astospartus: Stella Gorgone

Quando si parla di echinodermi, ossia di quel gruppo di animali del mare solitamente dotati di “spine sulla pelle”, si fa riferimento generalmente ai ben noti ricci e alle stelle di mare. Pochi sanno che invece fanno parte di questa famiglia anche i crinoidi (o gigli di mare), le oloturie (o cetrioli di mare) e infine un particolare tipo di “stelle”, se proprio così le vogliamo definire, dette ofiure o, più comunemente, stelle serpentine. Come le stelle, le ofiure sono costituite da un corpo centrale sul quale si innestano alcune braccia, ma vi sono differenze piuttosto nette tra le due classi e alcune sono facilmente evidenziabili anche a un esame superficiale.

Ad esempio le braccia: sono sempre molto lunghe rispetto al corpo, serpentiformi e, tra l’altro, prive di solco ambulacrale. I pedicelli poi, quando presenti, non servono alla locomozione, come accade per le stelle e i ricci, quanto invece a consentire la percezione e la cattura del cibo. Le ofiure si muovono grazie alle braccia, molto mobili e prensili, che sfruttano come appiglio ogni asperità e ogni tipo di oggetto sommerso: l'efficacia di un tale modello di locomozione è maggiore di quel che si pensi, visto che le ofiure sono, a tutti gli effetti, gli echinodermi più veloci.

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Martedì, 13 Luglio 2010 08:16

Notturno Mediterraneo

Il crepuscolo concilia: il cielo smorza i toni alti e si riscalda per effetto del sole che svanisce dietro l’orizzonte; e il mare ne riflette l’intensa atmosfera. Subisco il fascino dei colori del mare, della terra, del cielo, da sempre; da quando, per lo meno, ne sono conscio. Colori cangianti, invitanti, attrazione e invito per tuffarsi alla scoperta di un mondo parallelo, così vicino all’uomo eppure così diverso e sconosciuto, così ignorato, sfruttato e depauperato: il mondo sommerso.
 
Due passi in spiaggia mi fanno riflettere prima di iniziare i preparativi per una nuova immersione. Penso che ancora oggi in pochi abbiano davvero compreso che la vita del mare è la nostra stessa vita: l’una dipende dall’altra. Consapevole di ciò, vado per mare non solo per ritrovare me stesso ma anche per essere costante testimone, uno dei pochi purtroppo, di quella biologia, di quella straripante biodiversità, non solo bella ma fondamento della nostra stessa sopravvivenza. Il mondo acquatico è stato sempre misterioso e affascinante, ma l’uomo ne ha approfittato fin troppo, ignorando spesso il suo delicato equilibrio e arrivando a commettere azioni nefaste; comportamenti sbagliati che oggi compromettono il futuro del mare e quindi il futuro della vita sulla terra e dell’uomo.
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Domenica, 07 Ottobre 2007 19:06

Arachnanthus Oligopodus

Sono passati molti anni da quando scovai per la prima volta uno dei celenterati ancora oggi meno conosciuti del nostro mare. Era il giugno del 1989 e sin da allora mi immergevo nelle acque antistanti il lido di Reggio Calabria, la città dove vivo. Avevo cominciato a frequentare i fondi mobili, quelli cioè con prevalenza di sedimento fine (sabbia, fango o detrito), e mi piaceva l’idea di fotografare e studiare gli animali dalle abitudini notturne. I fondali dello stretto sono subito scoscesi e con pochi colpi di pinne ti ritrovi subito tra i 30 e i 40 metri di profondità, dove il mondo sommerso svela i suoi segreti a coloro che sano apprezzare. E io ho subito apprezzato l’opportunità che la città dello stretto mi ha offerto, immergendomi di continuo dopo il calar del sole.

Il celenterato in questione lo trovai inizialmente intorno ai dieci metri di profondità. Era lì, tra i ciottoli di un fondale che frequentavo spesso, dove però non avevo notato prima la sua presenza. A quei tempi avevo da poco svelato i miei punti d’immersione agli amici dello Scilla Diving Center, che senza perdere tempo avevano accompagnato il fotografo Roberto Rinaldi anche sui fondali del lido. Immergendomi con loro all’inizio degli anni novanta, gli mostrai tutte quelle strane creature che avevo scoperto e in poco tempo celenterati come pennatule, rari cerianti e attinie illustri come l’Alicia mirabilis finirono sulle pagine delle riviste del settore. Ma torniamo al protagonista della nostra storia: l’aracnanto notturno.
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Sabato, 29 Aprile 2006 16:12

Alicia Mirabilis regina della notte

Ci sono cose sott’acqua che puoi vedere solo di notte. Lo capii a soli 13 anni, quando feci la mia prima immersione notturna. Un caro amico di famiglia, appassionato di pesca subacquea, mi prestò una muta nella quale entravo un paio di volte e un fuciletto a molla (il minisaetta della cressi-sub); maschera e pinne erano le mie. Mi portarono a vedere un classico ambiente di roccia, sabbia e posidonia, sul versante ionico della Calabria meridionale.

Avevo una zavorra di circa tre chili e una torcia ridicola, ma una barca appoggio eccezionale: il gozzo di un pescatore con tanto di lampara, che illuminava a giorno il fondale sotto di noi fino a sei-sette metri di profondità.
Il barcaiolo remava ed io e l’amico di papà nuotavamo ai due lati dell’imbarcazione, alla ricerca di qualche preda da infilzare. Era il luglio del 1978 e non dimenticherò mai quel giorno, anche se con difficoltà riuscivo a fare delle apnee per la poca zavorra indossata e la muta a circolazione d’acqua fredda...

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Domenica, 07 Ottobre 2007 19:07

Alcionari mediterranei

In Mediterraneo gli alcionari sono ridotti a poche specie, poco frequenti e di piccole dimensioni se confrontate con i parenti della fascia tropicale. Tuttavia la bellezza di questi animali non è trascurabile e l’incontro con un alcionario mediterraneo è, per un subacqueo appassionato di biologia marina o acquari, degno di nota, rappresentando un’esperienza sicuramente non comune.

La specie più diffusa è Alcyonium palmatum. Noto con l’appellativo di “mano di morto”, riferito all’aspetto dell’animale e ai movimenti che questo può compiere una volta pescato (capita di strapparlo al fondale con reti da pesca), questo incantevole celenterato è un invertebrato coloniale privo di scheletro, che si sostiene in posizione eretta gonfiandosi d’acqua. L’appellativo alquanto lugubre è stato coniato alla fine del 1500 dal naturalista italiano Ulisse Aldrovandi. La struttura del suo corpo è composta essenzialmente da spicole calcaree, unità che gli conferiscono una consistenza discreta nonostante la mancanza di un asse scheletrico.
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