Il mito dei palombari dell'Artiglio

I marinai viareggini erano famosi non solo sopra l'acqua, a bordo dei mitici velieri conosciuti come «barcobestia»: se la cavavano niente male anche sott'acqua, nelle vesti scomode e ingombranti dei palombari. Lo attestano - nei primi anni Trenta - almeno un paio di tavole disegnate da Beltrame per la «Domenica del Corriere» e dedicate agli uomini dell'«Artiglio», la celebre nave recuperi che legò il nome di Viareggio a un'esaltante epopea di coraggio, tecnologia e geniale artigianato. La storia dell' «Artiglio», che Viareggio ha celebrato con un Premio internazionale (consegnato il 28 aprile al teatro Eden alla memoria del comandante Jacques-Yves Cousteau), ha tutti gli ingredienti per appassionare: c'è il tèsoro sommerso a bordo dell'«Egypt», un transatlantico inglese colato a picco nel 1922 nella Manica; c'è la caccia ostinata e paziente al relitto. C'è l'inopinata tragedia con l'esplosione in mare e la scomparsa di un gruppo di uomini coraggiosi: c'è, infine, la rivincita, con il recupero dei lingotti d'oro e argento affondati da parte del secondo «Artiglio»: un'impresa allora giudicata impossibile.

 

L'avventura dell' «Artiglio» comincia nella seconda metà degli anni venti quando la società di recuperi marittimi del genovese Giovanni Quaglia, la Sorima, ingaggia un gruppo di palombari viareggini guidato da Alberto Gianni. Viene allestita una flotta di navi recupero: l'«Artiglio», il «Rostro» e l'«Arpione», cui successivamente si aggiungeranno il «Raffio», il «Rampino» e il «Rastrello», tutti «nomi con le unghie». Con il passaggio alla Sorima i palombari viareggini lasciano i tradizionali scafandri in caucciù per indossare gli scafandri metallici della Neufeldt & Kunke, che li fanno somigliare a strani robot marziani. Ma neppure queste armature d'acciaio funzionano bene a tali profondità: così Gianni progetta e costruisce la torretta batoscopica: un cilindro dotato di oblò di osservazione, che può essere calato a quote proibitive. Nel 1928 la flottiglia della Sirima recupera un carico di zanne di elefante dalla carcassa della «Elizabetville», nave da carico affondata, dopo un siluramento, nel Golfo di Biscaglia.

Nel 1929 arriva l'ordine di cercare il relitto dell'«Egypt», che cela nella sua stiva oro e argento per il valore di oltre un milione di sterline. Ci hanno provato, senza esito, navi recupero francesi, inglesi, tedesche e scandinave. Ci riescono gli uomini di Gianni, con un sistema di scansione sottomarina, dopo aver delimitato un ampia area di mare, l'«ArLiglio» e il «Rostro» arano il fondo con un cavo d'acciaio. Dopo numerosi falsi allarmi, il 29 agosto del 1930 viene individuato il relitto dell'«Egypt», su un fondale di 130 metri nei pressi di

artiglio_Equipaggio
Il Comandante dell'Artiglio con il titolare dell'agenzia di recuperi ed alcuni membri dell'equipaggio, di fronte ad un mucchio di lingotti d'oro recuperati dal transatlantico Egypt
Brest. Ma si avvicinano le burrasche d'autunno, e così la Sorima rimanda alla bella stagione il recupero del tesoro sommerso, inviando l'«Artiglio» a demolire la carcassa del «Horence», nave americana adibita al trasporto di munizioni e affondata nel 1917 davanti alle coste bretoni. La nave, che giace su un basso fondale, è una vera polveriera sommersa. Lo smantellamento procede a colpi di mina. Il 7 dicembre 1930 è il giorno fatale. Una carica innesca l'esplosione di 150 tonnellate di munizioni celate nel ventre del «Florence»: è un'immane deflagrazione che distrugge anche l'«Artiglio», troppo vicino al relitto, meno di 200 metri. Muoiono Alberto Gianni, i palombari Aristide Franceschi e Alberto Bargellini e 9 componenti dell'equipaggio. Poteva essere la fine, fu invece l'inizio della rivincita. I colleghi di Gianni, a bordo di un nuovo «Artiglio», ripresero la sfida  dell' «Egypt». Il 22 giugno 1932 venne recuperato il primo lingotto d'oro, con una benna calata nella camera del tesoro del transatlantico. E fu il trionfo dei palombari viareggini.

 

DONATO SODINI ed i recuperi navali compiuti dai palombari dell'Artiglio nel dopoguerra
Prof. Manlio Milazzo -Istituto Tecnico Nautico "ARTIGLIO" - Viareggio

artiglio_sodiniDonato Sodini nacque a Viareggio nel 1904 ed è considerato uno dei più famosi palombari di questo secolo.
Già padrone marittimo, frequentò la scuola per palombari prima a La Spezia e poi a Gaeta. In seguito si formò praticamente alla scuola di Alberto Gianni e partecipò alle mitiche spedizioni delle navi della SORIMA cioè l'Artiglio, il Rostro ed il Raffio insieme al fratello Fortunato.
In questo periodo si manifestarono le sue eccezionali capacità di palombaro che, via via, miglioreranno
in seguito ad una notevole mole di lavoro, arricchendolo di innumerevoli esperienze. Questo periodo si rileva particolarmente fecondo di invenzioni sulla tecnica subacquea, in particolare da parte del geniale Alberto Gianni, invenzioni che daranno successivamente il via alle tecniche subacquee moderne.

Il lavoro di palombaro, svolto a quei tempi, era durissimo, sia per i lunghi turni di lavoro, sia per le attrezzature, che erano alquanto primitive, sia per le rischiosissime immersioni connesse a pericoli poco conosciuti.

In questa ricerca sulla vita di Sodini sono stati contattati alcuni compagni di lavoro e tutti loro hanno fornito le stesse considerazioni sulla sua personalità. Egli aveva una corporatura erculea ed era dotato di una forza fisica straordinaria; come ricordano i palombari Napoli e Piacentini, durante il recupero del Cavour, da solo riuscì a sollevare un peso di oltre 200 kg che non era stato neppure spostato da una squadra di quattro uomini che aveva più volte tentato di muoverlo.

Sodini era un instancabile lavoratore ed imponeva ai suoi subalterni ritmi di lavoro durissimi, spesso protratti dal sorgere al tramonto del sole. Nonostante fosse per natura collerico, era decisamente un leader e gli uomini alle sue dipendenze gli si affidavano, confidando nelle sue capacità tecniche e, nonostante le apparenze, anche nelle sue doti umane. Se da una parte era piuttosto taciturno, scriveva moltissimo; il figlio prof. Claudio conserva un'enorme quantità di manoscritti sugli argomenti più disparati ed in particolare risultano meticolosissimi gli appunti di lavoro su quello che Donato Sodini aveva in mente di attuare.

Tralasciando il suo lavoro prima della II guerra mondiale che, tra l'altro è stato ampiamente illustrato nei libri sull'Artiglio, occupiamoci di un recupero navale compiuto dai palombari viareggini e quindi anche da Sodini nel dopoguerra. L'Italia, in quel periodo storico, vinta da una guerra mondiale, era in condizioni disastrose ed in particolare i fondali marini prospicienti le sue coste erano disseminati di relitti di navi militari e mercantili e di aeroplani, che costituivano un pericolo per la navigazione marittima.

Per svolgere questo colossale lavoro di rimozione occorrevano degli uomini altamente preparati ed abituati a lavorare duramente; evidentemente Sodini e i palombari di Viareggio rispondevano perfettamente al caso.

Di questi anni risulta piuttosto difficile ricostruire la sua opera in ordine cronologico poiché egli era spesso chiamato in più lavori che si svolgevano contemporaneamente. Ed ecco che lo troviamo al largo di Anzio intento a rimuovere i mezzi da sbarco utilizzati dagli americani ma, nello stesso periodo, come se avesse il dono dell'ubiquità, si occupa anche del recupero di una petroliera francese in Liguria.

Poiché non è possibile in questa sede trattare tutti i recuperi navali compiuti da Sodini, ci limiteremo a descrivere quello che è stato il più famoso e cioè il sollevamento del Conte di Cavour nelle acque antistanti Trieste.

RECUPERO DEL "CONTE DI CAVOUR"
Racconto sul recupero effettuato dai palombari dell'Artiglio riferito a Manlio Milazzo dai palombari Napoli e Piacentini.

Alcune caratteristiche della nave:
lunghezza 210 m
larghezza 26 m
spessore della corazza 25 cm
dotata di casse di bilanciamento per evitare pericolosi sbandamenti in seguito ad eventuali siluramenti

La nave fu affondata una prima volta a Taranto durante un blitz inglese nella seconda guerra mondiale.
Fu subito recuperata e portata a Trieste per completare i lavori necessari a rimetterla in efficienza.

L'8 settembre 1943, esattamente nel giorno in cui fu firmato l'armistizio dal maresciallo Badoglio, un aereo militare inglese la silurò; la nave affondò capovolgendosi e sprofondando in un fondale fangoso. All'affondamento contribuì molto probabilmente la complicità dell'equipaggio che aveva lasciato tutti gli oblò aperti ed i cannoni non in castagna, forse per evitare che la nave cadesse in mano tedesca.

Essa assunse una posizione definitiva sbandata di 32° a sinistra; ad una profondità di 13m.

Il recupero sovvenzionato dal commendator Armando Vasi, fu affidato a una squadra di otto palombari comandata dal cavalier Donato Sodini che operò a Trieste dal novembre 1950 all'aprile del 1952 e che si avvalse della strumentazione e dei macchinari dell'arsenale di La Spezia.

Furono applicate sopra il fondo della nave capovolta delle "campane metalliche", che avevano lo scopo di far accedere i palombari al1'interno della nave, dove era stata introdotta dell'aria compressa per rendere più comodo il loro lavoro.

La campana era di dimensioni più grandi e servì da magazzino per depositare gli oggetti che i palombari portavano dopo averli recuperati dalla nave.

La nave fu alleggerita al massimo, furono tagliate le eliche e le torrette dei cannoni che erano completamente sprofondate nel fango, utilizzando prima una fiamma prodotta dalla combustione di idrogeno e poi, per motivi di maggior sicurezza, una fiamma alimentata da propano.

Successivamente furono agganciati otto cilindri di sollevamento che fornirono singolarmente una spinta di 150 tonnellate e che provocarono la sua emersione sorprendendo quegli ingegneri e quei tecnici che non credevano ai lavori della squadra del Sodini che procedeva unicamente con mezzi dettati da esperienza pratica.

Durante i lavori i palombari avevano a disposizione solo dei mezzi artigianali; l'illuminazione era affidata a lampadine alimentate da un conduttore che entrava dalla campana ed avevano delle semplici tute di gomma.

Il lavoro era molto duro, sia per le condizioni in cui operavano i palombari (si pensi che sopra l'acqua galleggiava ovunque nafta che rendeva quasi irrespirabile l'atmosfera sovrastante), sia per i lunghi turni di lavoro imposti da Sodini (dal sorgere al tramonto del sole), sia per tutti i pericoli connessi con l'operare in immersione a notevole pressione, come il pericolo dell'embolia gassosa cui andarono incontro anche Napoli e Piacentini.

I lavori di recupero dei materiali all'interno della nave proseguirono anche dopo la sua emersione poiché questi erano di notevole pregio come i tubi per i condensatori.

Per facilitare questi recuperi fu successivamente praticata sul fondo della nave un'apertura quadrata di 3 x 3 m ed applicato un particolare bigo; i materiali erano poi trasportati a terra mediante dei pontoni e con l'appoggio del motoveliero "Sauro".

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