Gli italiani all'assalto del Porto di Alessandria

(Da "Mare", Rivista mensile della Lega Navale Italiana, anno XLVI n. 3, marzo 1946)

Le imprese compiute dai mezzi d'assalto della Marina Italiana hanno sempre polarizzato l'attenzione del pubblico sull'esecuzione degli attacchi, lasciando in ombra la lunga e faticosa preparazione di animi e di mezzi che li ha preceduti.

I mezzi di assalto adoperati nella recente guerra consistevano in un ordigno semovente, capace di navigare sopra e sotto l'acqua, che montato da uomini attrezzati in modo da poter restare a lungo immersi, doveva superare le ostruzioni definitive dei porti nemici e portarsi poi fin sotto la carena del prestabilito bersaglio, alla quale doveva applicare una carica distruttiva.

Molto prima dell'inizio della guerra la formazione e l'addestramento di questo reparto segreto della Marina Italiana erano già in pieno sviluppo. Una dozzina d'uomini, in gran parte ufficiali, volontari votatisi a siffatte imprese, compivano nascostamente le immersioni nelle acque del Serchio e su spiagge disabitate del litorale toscano. Solo in seguito, a guerra già iniziata, fu istituita una "scuola sommozzatori" a Livorno, presso l'Accademia Navale.


L'apparecchio disponeva di marcia avanti a velocità diverse, e poteva fare anche marcia indietro. Il comando dell'apparecchio avveniva per mezzo di una "cloche", simile a quella degli aeroplani. Un "parabrise" metallico provvedeva un sufficiente riparo agli uomini contro la sfera dell'acqua; ma la posizione che questi dovevano mantenere sull'apparecchio era tanto scomoda da provocare spesso crampi dolorosi.

Le immersioni duravano perfino 6 o 7 ore, e poiché i vestiti impermeabili lasciavano sempre entrare un po' d'acqua, queste immersioni finivano per imporre, specie d'inverno, un tormento fisico che si riusciva a sopportare soltanto a prezzo di un continuo sforzo di volontà.

Alla scuola sommozzatori gli allievi venivano sottoposti a lungo e duro tirocinio. Nel periodo iniziale, gli uomini destinati ai mezzi d'assalto, ufficiali e palombari, si allenavano alla resistenza in acqua e si addestravano alla condotta dell'apparecchio. Nel periodo successivo, Te esercitazioni divenivano assai più complesse e riproducevano in tutto e per tutto la manovra per superare le difese di una base navale ed attaccare le unità ivi alla fonda. La navigazione di avvicinamento alla base veniva, possibilmente, effettuata con l'apparato semi-immerso, per consentire agli uomini di tenere la testa fuori dall'acqua. Si presentava quindi la prima difficoltà: superare le ostruzioni. AIl'uopo erano stati escogitati vari sistemi e la circostanze avrebbero indicato volta a volta la scelta del più adatto.

Presso il bersaglio, si incontrava l'ultimo ostacolo: il "recinto" di protezione disposto tutto intorno allo scafo delle unità maggiori In definitiva, l'operazione comportava complessivamente il passaggio da tre a cinque ostruzioni: due o tre all'ingresso della base, una o due costituenti il '"recinto". Il vero e proprio attacco alla nave veniva eseguito avvicinandola dal traverso, con rotta perpendicolare, fino a portarsi a una distanza di un'ottantina di metri o anche meno da essa. Questo ultimo tratto veniva percorso navigando, a lentissimo moto, alla profondità di 4 o 5 metri, finché l'apparecchio non urtasse contro la nave. Lo si lasciava allora scendere lentamente lungo la carena fino a raggiungere il disotto dello scafo, per arrivare a fissare la carica esplosiva al punto in cui lo scoppio avrebbe avuto i massimi effetti distruttivi. Attaccata la carica, si mettevano in moto i congegni di orologeria che comandavano l'esplosione, regolati in modo da provocare lo scoppio entro una o più ore dopo l'avviamento.

A questo punto aveva inizio la seconda fase, cioè il tentativo di ritornare con l'apparecchio al sommergibile o all'unità di superficie che attendeva fuori della base, oppure di sfuggita attraverso zone non vigilate. Prima di abbandonare l'apparecchio era prescritto di mettere in moto il congegno di autodistruzione, perché il mezzo non cadesse intatto nelle mani del nemico, rivelandogli così la nostra tecnica di assalto.

Una esercitazione di assalto di questo genere si descrive con relativa facilità, ma la sua esecuzione comporta imprevisti che richiedono prontezza di decisione, nervi d'acciaio, resistenza fisica, e soprattutto, determinazione di portare a compimento l'azione a qualunque costo. Molte, e assai feconde di risultati, sono state le imprese compiute dai nostri mezzi d'assalto durante la guerra, né Te perdite che si sono incontrate hanno mai trattenuto i compagni dei Caduti dal partecipare a nuove imprese Difatti quando, alla fine del 1941, fu decisa un'azione di forzamento del porto di Alessandria, si offerse subito di compierla il T.V. Luigi Durand de La Penne, che era l'unico superstite di quanti facevano parte dei mezzi d'assalto allo scoppio della guerra. Gli furono compagni nell'impresa il Cap. G.N. Marceglia e Cap. A.N. Martellotta, oltre i capi palombari Bianchi, Marino e Schergat. Merita di essere ricordata la scena della scelta di questi uomini. U Comandante della Flottiglia dei mezzi d'assalto, riunita la gente, disse: "Devo scegliere sei uomini per un'azione. Si va e non si torna Se c'è qualcuno che, per ragioni che io non desidero conoscere, preferisce un lavoro diverso, venga a dirmelo domani a questa stessa ora".Gli uomini che lo circondavano, sorrisero; e il T.V. de La Penne rispose per tutti: "Comandante, perché perdere 24 ore?".

Ma ecco i particolari dell'impresa, come sono stati riferiti da questo giovane e valoroso ufficiale.

 
Il sommergibile su cui erano imbarcati i tre mezzi d'assalto che dovevano partecipare al forzamento, riuscì a portarci felicemente nelle immediate vicinanze del porto di Alessandria. Ci mettiamo in mare. L'avvicinamento dovette procedere a velocità minore del previsto, a causa dell'imperfetto funzionamento di uno degli apparecchi. Eravamo completamente bagnati e il freddo era intenso. La costa e il porto erano immersi nella più profonda oscurità: non un segno che ci consentisse di riconoscere la via da seguire. Per orientarci dovemmo allora riferirci all'andamento dei fondali, fermandoci di tratto in tratto a scandagliare. Dopo due ore eravamo a circa 200 metri dal promontorio di Ras-el-Tin. Improvvisamente il suo faro si accese e ci illuminò. Tuttavia non fummo scoperti e procedemmo verso l'imboccatura del porto. Ogni pochi minuti ci giungeva il boato delle bombe di interdizione lanciate ritmicamente dal M.A.S. che vigilava il passo d'accesso all'interno. Altre luci si accesero lungo i canali conducenti alla base. Che cosa avveniva? Ci avevano scoperto e avevano dato l'allarme? Oppure erano stati accesi i segnali notturni per consentire il transito a qualche formazione navale? Mi attenni a quest'ultima ipotesi e decisi di aspettare. Poco dopo sopraggiungevano infatti quattro caccia britannici, che scivolarono uno dopo l'altro nelle acque interne della base; e noi appresso, attraverso la porta aperta, quasi in formazione con le navi che entravano, risparmiandoci così il pericolo delle bombe di interdizione e il forzamento delle ostruzioni foranee.

La ripartizione dei compiti fra i mezzi d'assalto era stata fissata in precedenza. Il mio gruppo doveva attaccare una delle corazzate presenti in porto e il secondo doveva attaccare l'altra; al terzo gruppo era affidato il compito di attaccare una nave portaerei. se fosse stata presente; altrimenti, doveva agire contro una petroliera carica e incendiare poi la nafta che si sarebbe sparsa nelle acque del porto.

Ci separammo e ognuno andò a cercare il proprio bersaglio. Attorno alla corazzata trovai un recinto formato da un'ostruzione di tipo sconosciuto, costituita in superficie da un rosario di sfere di lamiera del diametro di un palmo, al quale era appesa una rete di corda. Ci riuscì abbastanza agevole far scavalcare all'apparecchio questa unica ostruzione del "recinto"; ci avvicinammo quindi alla corazzata e arrivammo a contatto con il suo scafo. Da quattro o cinque ore eravamo assoggettati a un freddo intenso che cominciava a paralizzare i nostri movimenti, tanto che non riuscimmo a fermare l'apparecchio. il quale andò ad urtare contro il fasciame della nave e poi cadde lentamente sul fondo, a 17 metri di profondità, dove si arrestò.

Risalimmo a galla per ripetere l'attacco, ma l'apparecchio non partiva. Nel dubbio che vi fosse qualche corpo estraneo nelle eliche, il palombaro si spostò per andare a verificare. Ma durante questa operazione lo perdetti perché svenne e, risalito a galla, fu scoperto e catturato. Intanto gli sforzi fatti per manovrare e spostare l'apparecchio avevano ridato a me un po' di calore. Tornai un momento alla superficie per vedere se la piazza era in allarme e caddi subito sotto il fascio di un proiettore: ma non fui avvistato. Ridiscesi in profondità. Camminando sul fondo, trascinai l'apparecchio, che era immobilizzato, sotto la corazzata. La chiglia di questa era così vicina. che vi battei contro la testa.

Potei perciò rinunciare a distaccare la testa esplosiva ed appenderla sotto il bersaglio, né d'altra parte, giunto all'estremo delle forze, avrei potuto farlo. Allora misi in moto il congegno di orologeria delle spolette a tempo e, abbandonato l'intero apparecchio. risalii in superficie e mi allontanai a nuoto. Ma ormai il porto era in allarme. Fui avvistato e mi aprirono il fuoco addosso. Mi fermai allora su di una boa. Una imbarcazione venne a prelevarmi e mi tradusse prigioniero a bordo della corazzata".


Fin qui il protagonista dell'impresa. Il Daily Mail del 21 maggio 1945 ha pubblicato un'interessante resoconto di questo forzamento del porto di Alessandria, del quale riportiamo il seguente estratto.


Le due navi da battaglia Queen Elizabeth e Valiant furono attaccate all'alba del 7 dicembre 1941, essendo allora nel porto di Alessandria, da mezzi d'assalto italiani. Si trattava di piccoli battelli semoventi armati da due uomini che stavano a cavalcioni, mantenendosi in equilibrio per mezzo di due staffe nelle quali poggiavano i piedi. Essi erano vestiti con una specie di scafandro da palombaro e portavano una maschera con autoproduttore di ossigeno per poter effettuare percorsi sott'acqua. Tre di questi mezzi entrarono in porto e scelsero come vittime la Queen Elizabeth, la Valiant ed una petroliera. Condotti i loro scafi sotto le navi da battaglia, nella posizione che calcolarono essere in corrispondenza dei depositi di munizioni da 380 mm, gli italiani staccarono la testa del congegno, che conteneva la carica di scoppio, e la fecero aderire magneticamente alle carene della nave: quanto rimaneva dei piccoli mezzi di assalto fu colato a picco.

Le sentinelle del Valiant riferirono di aver visto due uomini che nuotavano intorno alla boa alla quale era ormeggiata la nave; l'ufficiale di servizio scese in un'imbarcazione per rendersi conto di ciò che gli era stato riferito e, trovati in mare i due operatori con i loro vestiti da palombaro, li fece salire a bordo. Qui svestiti dei loro indumenti, apparve che si tratta di un ufficiale e di un sottufficiale; il primo esortò il comandante della Valiant a far battere assemblea generale in coperta. Fu cacciato in una cella che per caso si trovava proprio sopra il punto ove era stata applicata la carica. Come l'ufficiale italiano aveva annunciato, un quarto d'ora dopo una terribile esplosione scosse la nave. L'acqua penetrò negli scompartimenti e il Valiant sbandò in modo allarmante; ma poi si raddrizzò notevolmente, poggiando la chiglia sul fondo. Per fortuna l'equipaggio era stato chiamato in coperta; anche l'ufficiale italiano poté salvarsi.

Un quarto d'ora dopo un'altra esplosione si verificava sulla Queen Elizabeth, ove produsse danni ancor più gravi: alcuni macchinari e il compartimento delle caldaie subirono devastazioni dallo scoppio. Il terzo mezzo d'assalto causò l'asportazione della poppa della petroliera attaccata."


Il T.V. Durand de La Penne fu liberato dalla prigionia dagli avvenimenti del settembre 1943, in seguito ai quali i mezzi d'assalto della Marina Italiana ricomparvero sul teatro di guerra mediterraneo. Il T.V. Durand de La Penne prese parte attivissima alle nuove operazioni conseguendo altri brillanti risultati. Per i successi riportati con i mezzi d'assalto, gli fu concessa la medaglia d'oro al V.M.

E' simpatico ricordare che l'ammiraglio inglese Morgan, trovandosi presente alla cerimonia di consegna dell'alta decorazione, chiese di appuntarla con le proprie mani al petto del T.V. de La Penne: gesto, questo, altamente cavalleresco, perché l'ammiraglio Morgan si trovava, due anni prima, in comando della corazzata Valiant, affondata dal de La Penne nel porto di Alessandria il 7 dicembre 1941.

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