Un algoritmo per immersioni al sicuro da embolie

una nuova ricerca ha appurato che le soste per la decompressione durante le risalite in superficie non tenevano conto del fenomeno delle microbolle che si formano nel sangue e nei tessuti.
Un nuovo algoritmo per accrescere la sicurezza di chi fa immersioni subacquee è stato messo a punto dalla Mares e dal ricercatore Bruce Wienke, del laboratorio Usa di Los Alamos. Wienke è autore di numerose pubblicazioni sui fenomeni legati all'immersione subacquea e considerato fra le massime autorità per gli studi sulle teorie della decompressione. E' proprio durante la fase di decompressione, mentre il sub risale alla superficie, che possono infatti verificarsi problemi a causa dell'espandersi improvviso di bolle che, non più costrette dalla pressione, possono provocare embolie gassose anche fatali.


Denominato RGBM Mares-Winke, l'algoritmo matematico Reduced Gradient Bubbles Model consente di eliminare i pericoli di un fattore fino ad oggi sconosciuto e che va al di là del classico rischio di embolia: quello delle microbolle che si formano nel sangue e nei tessuti. Pur mantenendo i tempi di immersione pressoché uguali, l'RGBM permette maggiore sicurezza.

Per la sicurezza delle immersioni sono stati fatti passi da gigante, sia nelle attrezzature che negli studi sulle reazioni dell'organismo umano nell'ambiente sottomarino. I problemi di sicurezza sono stati inizialmente risolti con procedimenti empirici per poi passare ad elaborazioni matematiche sempre più sofisticate. Per le immersioni furono adottati schemi e profili basati su studi che tenevano conto solamente dello scambio di gas fra biomassa ed aria respirata, cioè gas disciolti nei tessuti e nel sangue e gas liberi nell'aria che respiriamo.

Negli ultimi anni è nato il computer subacqueo: un dispositivo elettronico che, al braccio del sub, effettua automaticamente calcoli in tempo reale per le tappe di decompressione. Studi approfonditi hanno però rivelato che oltre al fenomeno di discioglimento di gas nel corpo, subentra un altro fattore molto importante: la formazione di microbolle nei tessuti e nel sangue da parte di piccoli semi, attivati nella loro crescita dalla compressione e dalla decompressione.

L'algoritmo RGBM considera parallelamente sia il fenomeno di passaggio di gas dallo stato disciolto allo stato libero (gassoso), sia le nuove teorie sulle microbolle che si generano da micronuclei gassosi eccitati dallo sfregamento dei tessuti, dovuto anche all'esercizio fisico. Le microbolle non causano sintomi evidenti, ma sono comunque presenti e sono rilevabili solo con strumenti in laboratorio. Le microbolle eventualmente presenti nei tessuti e nel sangue possono creare complicazioni patologiche dopo l'immersione. Il fenomeno è più evidente in alcuni casi; immersioni per giorni consecutivi (come accade nelle vacanze dei subacquei, con immersioni tutti i giorni, per sfruttare al massimo il luogo e la situazione); immersioni ripetitive nell'arco delle 24 ore (come nel caso di istruttori); immersioni a profilo inverso (quando cioe' la seconda immersione della giornata è ad una profondità maggiore della prima).

Studi statistici su un campione di 20.000 immersioni di subacquei che seguivano modelli decompressivi tradizionali hanno rilevato la presenza di microbolle nel 67% dei casi. Nel 2002, Wienke ha collaborato con la Mares all'ultima evoluzione dell'algoritmo RGBM, che considera le più recenti ricerche effettuate in questo campo: nasce così l'algoritmo RGBM Mares-Wienke, indispensabile per chi effettua immersioni multiple e ripetitive. Questo algoritmo è il primo ad introdurre soste profonde di decompressione, aumentando la possibilità di eliminazione delle microbolle.

Cosa sono le microbolle? Possiamo scoprirlo con analogie comuni: in un ruscello l'acqua, quando incontra un ostacolo od una asperità, forma delle bolle gassose. Il flusso sanguigno nel corpo umano può essere paragonato all'acqua in un ruscello. Le pareti dei vasi sanguigni e le superfici dei tessuti presentano piccole asperità ed anfratti dove può crearsi un micronucleo gassoso: in pratica un 'seme' dal quale può nascere la microbolla. Le microbolle tendono quindi ad agglomerarsi fino a formare una bolla più grande che si accresce ulteriormente per l'assorbimento del gas disciolto nel sangue e nei tessuti e, successivamente, per l'espansione dovuta alla legge di Boyle durante la risalita. La bolla, diventata sempre più grande e può arrivare ad ostruire un vaso sanguigno, causando pericolose ischemie in tessuti o organi. Per mantenere le bolle abbastanza piccole bisogna permanere più in profondità: ecco quindi le tappe di decompressione a profondità maggiori del consueto.

Altri fattori emersi nello studio sulle microbolle sono l'importanza della velocità di risalita e di discesa: il distacco dal fondo dovrà essere lento perché è il momento della formazione delle prime bolle, mentre durante la discesa è consigliabile scendere velocemente, almeno 20 metri al minuto, compatibilmente con i problemi di compensazione. Allo sviluppo dell'algoritmo RGBM e alle sue applicazioni sui computer da immersione hanno lavorato anche Luigi Magno, esperto in medicina iperbarica e un team di tecnici elettronici, progettisti e ingegneri del reparto Ricerca e Sviluppo della Mares.


dalla rivista NEWTON
Letto 2768 volte