Una suite alle Galapagos


FONTE:  www.altrenotizie.org di Liliana Adamo

Cento anni dopo l'avventura del brigantino inglese Beagle e di un giovane naturalista, Charles Darwin, inviato da Sua Maestà a studiare terre selvagge intorno al mondo, l'humour nero di Kurt Vonnegut, antropologo e scrittore geniale, ripercorre la teoria evoluzionistica della selezione naturale, che il giovane scienziato aveva dedotto esaminando la fauna stanziata su un pugno d'isolotti creati da "camini eruttivi" a ridosso del continente americano e all'altezza dell'equatore, perduti nell'Oceano Pacifico.

Pervase da tale oscura, incomparabile bellezza, le "Galapagos" di Vonnegut rappresentano l'archetipo di uno sviluppo antitetico, non più antropocentrico. Raccontano di un'evoluzione "al rovescio"; paradossale antinomia di un'umanità fin troppo efficiente, dal cervello di spropositate dimensioni, colpevoli di protervia, crudeltà e d'ogni sopruso concepibile.
Un campione di quest'umanità "guasta", scampato alla terza guerra globale, impadronitosi di una nave da crociera, destinata alla cerchia ristretta di vip cosmopoliti per vacanze alle Galapagos e pubblicizzata come "La Crociera Nature del Secolo"; (un lussuoso yacht che, secondo i casi, si trasforma in incrociatore bellico), la Bahìa de Darwin, fa rotta verso le isole idealizzate.

Una sorta d'"io" narrante vissuto sulla terra per milioni d'anni, testimone delle debolezze degli umani, ma anche sostanzialmente della loro "ingenuità", o estraneità che dir si voglia, li accompagnerà nel bizzarro itinerario. Una manciata di donne e uomini, sopravissuti alla catastrofe nucleare, all'estinzione della maggior parte del genere umano, vagano per molti anni fino a quando non hanno più mani, ma organi natatori, simili alle pinne dei pesci e la testa si è sviluppata in un teschio ellissoidale, adatto alla pesca subacquea. Non hanno più nomi propri, individualità, legami parentali o affettivi, eppure, incredibilmente, riescono ancora a provare gioia… Quasi se i criteri primari sull'evoluzione del genere umano, promulgati dai sistemi teoretici di Charles Darwin, oggi inalienabili per la scienza, rientrassero in un "downward", un "catastrofismo" alla Georges Cuvier, dove il mondo vivente è modellato da calamità naturali, l'ultima delle quali rappresentata dal Diluvio Universale della Bibbia.
All'epilogo del romanzo, i reduci di Vonnegut rimarranno incagliati sull'isola di Santa Rosalia, intrappolati per sempre, come figli di un Dio Indifferente, l'unico che, un razionalista riesca a concepire senza troppo impaccio.Create dal fuoco, sommerse dall'acqua.

Da circa otto milioni d'anni sospese sulla zolla tettonica di Nazca, uno dei "punti caldi"del pianeta, dove il magma risale in superficie e dà vita a straordinari ecosistemi, le Galapagos sono destinate ad andare a fondo sotto la placca continentale, nello spostamento e inabissamento dell'arcipelago, muovendosi di 7 millimetri l'anno ad est verso le coste ecuadoriane.

Le rocce di Fernandina e Isabela hanno 750 mila anni, quelle dell'isola Espanola, 3 milioni e 250 mila. Tra un'isola e l'altra, sulla superficie terrestre e nell'oceano, questo habitat ha riprodotto cinquemila specie viventi diverse, unite da una medesima storia geologica, stupefacente nelle sue peculiarità. Charles Darwin distinse 13 specie di fringuelli con altrettante differenze di becco, annotati nella pubblicazione del 1859 "In the Origin of species": il Geospiza Scandens, il Geospiza Difficilis, il Pinaroloxas Inornata, il Certhidea Cuvacea, il Cactospiza Heliobates, il Cactospiza Pallida e così via…

Strane creature delle Galapagos serbano l'anamnesi del nostro pianeta, perfino i loro comportamenti ridisegnano la dura ed imprescindibile logica della selezione naturale: uccelli vampiro che si nutrono del sangue di sule dalle zampe azzurre, gabbiani dai voli notturni, cormorani che non sanno volare e si dissetano d'acqua salmastra; piccoli pinguini, alti appena 40 centimetri (decimati dal "El Nino", laddove trenta gradi di stato termico oceanico, falcidia i piccoli pesci di cui si cibano), le uniche iguane marine esistenti al mondo, dall'aspetto preistorico e somiglianti a draghi in miniatura, che si spostano sott'acqua, nutrendosi d'alghe, recuperando poi il calore corporeo ammassandosi sulle rocce laviche, tra il vapore mescolato al sale stillato dalle narici. Tartarughe giganti, otarie, squali, delfini, balenotti; leoni marini che nuotano disinteressandosi dei turisti, che giudicheranno, probabilmente, del tutto innocui…

Le Galapagos (che significa "Tartarughe" o designate dai primi esploratori spagnoli come Les Encantadas, Le isole incantate …), restano inevitabilmente legate al mito e a speculazioni filosofiche; ma, ci si chiede, in che modo si è generato questo Eden inquietante abitato da un variegato innesto di creature irripetibili in altro luogo, se Darwin confuta l'ascendenza di qualsivoglia divina volontà? C'è chi immagina una zattera di tronchi e liane, con femmine gravide di vari esemplari, una sorta d'arca primordiale trascinata dalle piene dei fiumi tra le onde dell'Oceano Pacifico. Fino al momento in cui, allo stremo delle forze, qualcuna di loro riesce ad aggrapparsi a quei puntini di lava, fuorusciti a più di mille chilometri di "cabotaggio", a nord ovest dell'equatore. Fantasie? Può darsi…

Leggi speciali e crimini impuniti.

Nel marzo del 1998, dopo estenuanti processi consultivi, la Fondazione Charles Darwin e il governo ecuadoriano, raggiungono un'intesa per promulgare una legislazione speciale a tutela della biodiversità, la conservazione e promuovere lo sviluppo sostenibile delle isole, con restrizioni estese fino a 40 miglia dall'intero arcipelago.

Tra i ripari, uno è quello d'attuare una riforma sostanziale dell'INGALA (Instituto Nacional Galàpagos), come coadiutore e coordinatore delle politiche e la progettazione, l'altro, è d'istituire una funzione programmatica comune tra lo stesso istituto di ricerca ed il servizio del parco nazionale, (creando un organismo comune siglato GNPS), per tutto ciò che concerne la cura, lo stato di salute dei fondali marini e delle coste. Il nuovo soggetto legislativo è il risultato di quattro ministeri e tre gruppi consegnatari, cui è dato il compito di regolare rispettivamente l'afflusso turistico, la difesa della biodiversità e incoraggiare la cultura ambientale.

Tra lo stesso governo ecuadoriano e la fondazione creata a hoc per ricercatori arrivati da tutto il mondo, gli attriti principali insistono sulla presenza simultanea (spesso inconciliabile) tra i due popoli delle isole, gli immigrati dell'Ecuador e i veri "nativi", gli animali.
Fattori aggiuntivi di controversia sono dovuti alla combinazione micidiale d'attività umane, come la pesca di frodo, la presenza dei turisti (senza una precisa programmazione e un'attenta politica di protezione, questo determina condizioni peggiorative; per esempio, i flussi turistici degli anni '70 hanno importato piante e fauna che alterano gli equilibri autoctoni…) e, non da meno, alla corruzione diffusa.

Godfrey Merlen, biologo e ambientalista (che ha vissuto trent'anni presso la fondazione), mantiene fermo il suo giudizio: nessuno dovrebbe venire alle Galapagos, nessuno dovrebbe occuparle, se non la sua stirpe originaria; un'affermazione intransigente e ciò nondimeno, non lo è. Negli anni cinquanta a Puerto Ayora, sull'isola di Santa Cruz, poche case erano state edificate intorno al porto, famiglie di pescatori, 45 abitanti appena. Nella stessa zona, alla metà degli anni settanta, vivevano 900 persone, oggi si stimano più di 19.000 residenti, destinati ad una crescita impressionante del 6% l'anno.

Molti di loro sono scappati dallo squallore urbano delle "favelas" ecuadoriane verso il "paradiso", ricco di pesce e turismo. Richiedono l'accesso alle risorse delle Galapagos, compresi i 40 miglia al largo delle isole, ritenendo iniqua l'esclusione da queste terre e da un mare fra i prolifici del mondo, protestano contro il governo, le Nazioni Unite e contro gli ecologisti. Pescano illegalmente, il governo centrale chiude un occhio ed ignora la mattanza degli squali, una pratica detta "sharkfinning", che consiste nell'asportazione della pinna quando il pesce è ancora vivo, apprezzata come "afrodisiaco", contrattata a prezzi inflazionati nei mercati in Estremo Oriente (lo sharkfinning è una pratica agghiacciante, squarciata la pinna e ributtato in mare, lo squalo è condannato ad una morte orribile). Sono proprio "acquisitori" stranieri, senza scrupoli, spesso asiatici, ad imporre le loro regole: comprano flotte di pescherecci, incoraggiano i pescatori locali alla pesca illegale, corrompono e mercanteggiano, ai danni di un ambiente unico al mondo.

Singolare la storia di un famoso ex pescatore di frodo, una figura quasi leggendaria alle Galapagos, Juan Carlos Moncayo (detto "Macarone"), che, insieme a Mathias Espinoza, un grande "scuba" convertitosi allo studio e alla difesa dell'ambiente, ha avviato un diving, all'ingresso del Charles Darwin Centre, nei dintorni di Puerto Ayora. Una decisione presa dopo anni trascorsi a dare la caccia agli squali, ad asportare cetrioli di mare, particolarmente importanti per l'intero ecosistema marino: "Mi rincresceva, ma dovevo pagare i debiti…"
Dal giorno in cui sua figlia, la piccola Michelle di dodici anni, lo ha fissato negli occhi, chiedendogli, in modo del tutto innocente, la ragione di tanta crudeltà, Juan Carlos, non ha ucciso più un solo pescecane, è stato "istruito" dal suo amico Mathias diventando una delle guide subaquee più esperte dell'isola. Juan conosce i segreti reconditi di questi magnifici esemplari che ancora si spingono a branchi al largo delle Galapagos e li condivide in immersione con i turisti che arrivano d'ogni parte del mondo soltanto per il piacere d'osservarli.

I pinguini, i cormorani e soprattutto i mammiferi più numerosi dell'arcipelago, i leoni marini, sono minacciati costantemente da flagelli come El Nino e i cambiamenti climatici. Sandie Salazar, un giovane ricercatore ecuadoriano del CDF, rileva che, tra il 1997 e il '98, i leoni marini sparsi nelle colonie delle Galapagos centrali e del sud, hanno subito una decimazione ad una media del 48%. Molti sono morti d'inedia e quelli sopravvissuti hanno preferito la migrazione. Questo trend, purtroppo, non accenna a diminuire, anche per altre cause che sembrerebbero del tutto ininfluenti, l'intrico con le reti da pesca, i ganci nel muso, i tagli delle eliche; nonostante un recupero parziale, l'approvvigionamento di cibo e le cure apportate dai volontari agli animali feriti, occorrerà del tempo e molti sforzi, affinché le colonie riguadagnino in numero di presenze, il distacco dal 1997 in poi.

Nel gennaio del 2001, dopo il disastro della petroliera Jessica (la solita, mortale carretta del mare), che, incrinata da un lato, cospargeva in poche ore e per centinaia di chilometri, 600 mila litri di combustibile, per le iguane non si era mai avuto un tasso di mortalità così elevato; in 15.000 morirono per problemi intestinali causati anche dalla più piccola quantità di carburante e continuarono a morire negli undici mesi successivi dal momento del disastro. Le colonie delle iguane si sono così ridotte del 62%.

Martin Wikelsky, dell'Università di Princeton, è tornato dopo un anno sulle scogliere nere della"Baia del naufragio", a San Cristobal, restando ammutolito davanti a centinaia di piccoli scheletri disseminati lungo le coste. Sorte migliore, invece, per il comandante della petroliera, Tarquinio Arevaio, condannato dalle autorità ecuadoriane, a scontare soltanto 90 giorni di reclusione e alla sospensione della licenza di navigazione.

Qual è la situazione attuale? Nel luglio del 2005, il comitato italiano dell'Unesco, diretto dal professor Francesco Badarin, che ha in "cura" l'arcipelago delle Galapagos, ha redatto un lungo e dettagliato rapporto, non facile da smaltire principalmente dal governo ecuadoriano, atterrito dalla prospettiva di perdere i fondi internazionali e cresce anche il timore (fondato) per scienziati ed ecologisti costretti a cancellare i progetti per la conservazione delle isole minori come Santa Cruz e San Cristobal.
Secondo il professor Bandarin, tre sono gli imputati principali di questo degrado, anzi quattro: il governo (la riserva naturalistica ha cambiato ben 12 direttori in due anni e questa la dice lunga sull'efficienza delle istituzioni…), il turismo sregolato e le sue attività collaterali, la pesca illegale, l'immissione d'animali e piante che compromettono la biodiversità. Per gli animali non autoctoni il rappresentante dell'Unesco parla senza indugio d'eliminazione fisica disposta da specialisti della Nuova Zelanda; superfluo commentare che capre, cani, gatti e topi non hanno deciso di propria iniziativa risiedere sulle isole incantate!

Passeggiando lungo Puerto Ayora.

Il profitto, il progresso e, in ultima analisi l'uomo, rappresentano una minaccia sovrastante e ancora di più se si calibra in ecosistemi circoscritti come le isole. E' una minaccia che massimamente si riflette nella storia collettiva del genere umano degli ultimi decenni; uno squilibrio mirato a disgregare le altre forme di vita sul pianeta ad un ritmo sempre più accelerato. E' una partita che stiamo perdendo.

Lungo la strada di Puerto Ayora, sono sorti caffè, gli hotel, decine e decine di bazar che smerciano souvenir ed altre decine e decine di piccoli, smaniosi appaltatori fanno la fila per riservarsi il proprio "mercato turistico". Presso la località di Baltra, in un aeroporto costruito in tutta fretta, gli aeromobili atterrano due volte al giorno e gli yachts, le navi da crociera, i battelli, si stipano lungo le coste delle 13 grandi isole, tutto regolarmente autorizzato e pianificato. Certo, è un turismo moderato quello delle Galapagos, nulla si porta via dalle isole e, se non altro, le colonie degli animali sono rispettate. Forse, sarà proprio il turismo a fornire ai "trapiantati" delle Galapagos, una risorsa, la stessa possibilità di sopravvivere rifiutando l'odiosa pesca di frodo ed è l'obiettivo politico che, a grandi linee, il governo ecuadoriano sta portando avanti.

Così, se un giorno ci ritroveremo a passeggiare sulla strada lastricata a nuovo di Puerto Ayora, a Santa Cruz, noi, orgogliosi eco-turisti, alla fine ci sentiremo un po' degli illusi, come gli strampalati uomini-pesce della "Bahia de Darwin", in rotta verso le Galapagos, verso un primitivismo ideale, quanto irrealizzabile.

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