Ricordando una punta nel mare: Calamizzi

Ma quanto è bella veramente la terra e quanto l’uomo è stupido da non accorgersene? Questo il pensiero che è nato spontaneo stamattina quando ho visto quel che rimane dell’antica Punta di Calamizzi, camminando a piedi lungo la spiaggia in prossimità della foce del Calopinace.
Il maestrale lambisce il bacino dello Stretto, generando come sempre piccole e brevi onde, grazie al potere smorzante sul vento dei Peloritani siculi: una vera e propria barriera sui venti dei quadranti settentrionali. Il mare, con questo vento, diventa blu; un bel blu sul quale spiccano il bianco dei gabbiani e delle piccole e numerose creste d’onda, tipiche di questa atmosfera frizzante di primavera. La luce, magica, invita lo sguardo a scrutare l’orizzonte: il mare, lo Stretto, la prospiciente Sicilia e la magnifica Etna, attualmente bianca fino a metà della sua altezza, sono solo alcuni elementi di un paesaggio mai ripetitivo. Mi immergo in una dimensione incantevole, turbato solo dal degrado di un litorale dimenticato, trascurato e praticamente cancellato dalle pagine di storia di questa splendida città sul mare.

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Vivo questi momenti e godo di questa luce immergendomi in parte nel passato, cercando di cogliere una dimensione non più esistente, ma esistita per tanto, tantissimo tempo. Dove ora sfocia un’orribile fogna, intorno alla quale si raccolgono in molti a pescare (mi domando sempre come si possa fare…), un tempo era la foce del Calopinace, uno dei più importanti torrenti di quella che si definisce non a caso la città delle fiumare, la città di Reggio. Un città nata su un fiume, proprio dove sorgeva la Punta di Calamizzi, un città che ha perso un luogo importante, per sempre, cancellando una realtà che probabilmente avrebbe modificato il corso degli eventi. Era il 1547 quando si deviò l’ultimo tratto del torrente Calopinace, costruendo quello che ancora oggi può in parte vedersi, cioè il grande argine destro del torrente; un’imponente modifica del territorio per mano dell’uomo, voluta per dare spazio all’edificazione di un forte militare, da realizzare per migliorare la difesa del porto della città. Senza porsi minimamente il problema delle eventuali conseguenze che una tale mossa avrebbe avuto sulla costa e, soprattutto, su quella lingua falciforme protesa in mare, splendido porto naturale (P.ta Calamizzi). Dopo una decina d’anni dallo spostamento del letto della fiumara, l’azione delle correnti e del vento modificarono probabilmente il profilo costiero, scavando enormi valloni sui fondali di quello specchio d’acqua. La mancanza di ripascimento dell’area ad opera della fiumara ormai deviata e una serie di fenomeni legati probabilmente alla situazione geologica di un territorio instabile (non sono nuovi fenomeni bradisismici e smottamenti) portò all’inesorabile sprofondamento della punta nel mare dello Stretto.
Era il 20 ottobre del 1562.

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A tal proposito propongo alcune righe del Prof. Daniele Castrizio.
“Nel corso del XV e del XVI secolo lo sviluppo delle artiglierie dotate di polvere da sparo aveva messo in crisi il sistema di difesa dei porti nell'intero Mediterraneo. A Reggio tale difesa era stata affidata ad un forte, chiamato in epoca successiva forte di Lemos, dotato di un trabucco, la forma più elaborata di catapulta. Durante il regno dell’imperatore Carlo V si decise di dotare il porto reggino di una nuova fortificazione capace di ospitare i più moderni cannoni, ma mancava lo spazio necessario dove poterlo erigere. Si pensò, allora, di costruire dei poderosi argini in terra lungo la fiumara Calopinace, per spostare la sua foce a sud della Punta Calamizzi, onde potere ricavare lo spazio per costruire il Castelnovo. I lavori cominciarono nel 1547, ma già nel 1556 essi erano stati interrotti, e nel dicembre del 1562 la Punta Calamizzi sprofondò a mare. Come rilevato dagli stessi contemporanei, una delle cause principali fu l'erosione marina dal lato meridionale, che noi crediamo di poter mettere in relazione con lo spostamento della foce del Calopinace proprio sul versante australe di Punta Calamizzi. L'inabissamento del promontorio distrusse economicamente la città di Reggio, rendendo, di fatto, inutile la costruzione del Castelnovo, che rimase incompiuto fino alla fine del XVIII secolo.”

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Passeggiando guardo il mare e le onde che frangono una dietro l’altra sul bagnasciuga, perdendomi nei miei pensieri. Quanto sarebbe stata bella oggi Reggio con la sua falce, simile a quella di San Raineri a Messina (tuttora esistente per fortuna), una falce di terra più piccola ma geograficamente invidiabile per la sua fortunata posizione? Quale sarebbe stato oggi il paesaggio costiero? Solo una serie di immersioni in queste acque potranno aiutarmi ad alimentare i miei sogni, i miei studi, la mia immaginazione. Ho già fatto molti tuffi in passato in questo mare incantevole; quello che mi ha sempre intrigato è l’andamento scosceso del fondo. Quando ci si avvicina al bagnasciuga la prima cosa che incuriosisce è quella sottile fascia di fondale che si intravede nei primi due o al massimo tre metri dalla linea di riva, una fascia verde chiaro dove l’acqua cristallina lascia immaginare la conformazione ciottolosa del fondale. Bellissimo e affascinante il forte contrasto tra il verde, arricchito di sfumature cangianti, e il prospiciente blu cobalto, che contrasta bruscamente, creando un limite nettissimo tra la zona dove il fondale non supera i due metri di profondità e l’area che segue subito dopo, un baratro vero e proprio dove il fondo sabbioso e ciottoloso inizia a precipitare in forte discesa verso le profondità dello Jonio. Quando si affronta questo mare, appena si mette la maschera e si immerge il capo quanto basta per guardarsi poco avanti ai piedi, si vede subito il “salto nel blu”, si coglie subito una sensazione di immenso spazio aperto, uno spazio blu dove unico riferimento è il pendio che sprofonda inesorabilmente e con forte pendenza. L’immersione inizia proprio così: si parte tuffandosi a capofitto nel turchino, seguendo il degradare rapido di un fondale che spaventa ed attira al tempo stesso, dove il mare è prepotentemente intorno a te e ti avvolge non solo con le sue crescenti profondità ma anche con le sue correnti, con i suoi moti vorticosi e cangianti, che a volte turbano la psiche dei subacquei più esperti e allenati.

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Un tempo la falce sabbiosa di Calamizzi doveva essere uno scudo naturale non solo per i venti, ma anche per le correnti dello Stretto. Oggi che la punta non esiste più i movimenti dell’acqua solcano il fondo continuamente, tanto che a volte sott’acqua proprio non ci si può andare. Quando le quadrature della luna lo consentono e le maree sono minime, mi avventuro verso l’abisso impenetrabile del Mar Jonio seguendo i pendii sommersi di Calamizzi odierna, in un mare denso di fascino e di mistero, dove la rigogliosa vita sommersa, per fortuna, ti fa dimenticare per qualche istante che quel lembo di territorio costiero era emerso, ed era il fiore all’occhiello della città sullo Stretto. Un tuffo nel passato ci consente di scoprire che lungo la propaggine costiera sorgevano diverse abitazioni e addirittura un monastero, denominato San Nicola di Calamizzi. Chissà che qualcuna di quelle pietre inglobate dalla natura nel paesaggio non sia ciò che resta di antiche mura; chissà che tra le poche scogliere, apparentemente naturali, di questi fondali, non sia nascosta la storia di una parte di Reggio importante. Difficile dirlo. Quel che rimane di tutto ciò è la favola che arricchisce ulteriormente di fascino questa storia: pare infatti che col mare in tempesta si sentano suonare delle campane sommerse di un monastero sprofondato, nascoste chi sa dove. Legenda che si è ulteriormente ampliata in tempi recenti, visto che alcuni subacquei, probabilmente colti da ebbrezza da profondità, dicono di avere sentito il suono di quelle campane.

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Tornando per un attimo coi piedi per terra, mi sembra doveroso sottolineare che il CNR classifica la scomparsa di Punta Calamizzi fra le “frane“, indicando come data il 20 Ottobre 1562. La Sezione di Sismologia e Tettonofisica dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia dice inoltre: “1562 - Reggio Calabria: una forte scossa sismica fa sprofondare Punta Calamizzi, l’antica foce del Calopinace, privando la città del suo porto naturale.“ Poiché quello di Calamizzi non fu l’unico inabissamento a Reggio Calabria nel XVI secolo, visto che ce ne fu uno a Pellaro e un altro a Catona, è possibile che la punta sia sprofondata per cause naturali e non per lo spostamento del letto del torrente; o per l’insieme delle due cose. Ritenere valida una o l’altra delle teorie espresse al riguardo non è certo facile. L’unica cosa certa è che la città, o per colpe dell’uomo o per cause naturali, si vide all’improvviso privata del suo porto; ma non si trattava solo di un porto, ma di un prezioso lembo di litorale disegnato dalla natura nel cuore del Mediterraneo. Nel XVI secolo quindi, quasi tutto il promontorio di Calamizzi, lungo poco meno di un chilometro (secondo le testimonianze pervenute), si ritrovò all’improvviso, anche se di pochissimo, sotto il livello del mare, probabilmente a causa di un movimento naturale del profilo costiero. La concomitanza dei lavori al Calopinace fu quindi probabilmente casuale. Sembra inolte che la Chiesa del Monastero di San Cipriano di Calamizzi rimase in piedi fino al terremoto del 1783, il che attesta che una parte della punta restò ancora all’asciutto fino a quella data.
Sott’acqua, quando mi trovo oltre i cinquanta metri di profondità e alzo lo sguardo verso quella discesa di sabbia che sembra franare verso di me, sono colto da mille emozioni che si accavallano. Penso al tempo che passa e modella la storia, modificando la terra e gli eventi senza che l’uomo, ingenuo, si accorga di nulla. Il mare stupendo di Reggio è ormai appannaggio di pochi, ignorato dai più. Oggi Calamizzi non è più quella di un tempo; con questo nome è chiamata la zona a sud dell’odierna foce del Calopinace, ex fiume sacro Apsias. Mio padre mi racconta che negli anni cinquanta le spiagge della nuova Calamizzi erano molto frequentate per la magnificenza dei sedimenti (una sabbia bellissima, ancora oggi sopravvissuta in qualche angolo), ma poi il degrado e l’abbandono presero il sopravvento e dagli anni settanta ai giorni nostri quei pochi angoli praticabili rimangono il punto d’incontro di pochi affezionati (come nel caso del famoso sbocco a mare noto come “u tumbinu”, di fronte al quale i fondali sono molto interessanti e in parte anche rocciosi). La biodiversità dei fondali è qui ancora notevole ma sofferente e in costante regressione.

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Per aggiornarvi sulle condizioni di salute di questi fondali, alcuni componenti del team Gravity Zero si sono immersi in queste acque, più che altro per iniziare a fare una stima sulla biodiversità oggi ancora presente  e per una prima valutazione delle emergenze e delle problematiche che andrebbero affrontate per la salvaguardia dei nostri litorali, specie in vista dei numerosi progetti che ha in serbo il Comune di Reggio Calabria per la riqualificazione della fascia costiera e dello specchio di mare antistante la città. Il sottoscritto, in veste di fotografo ufficiale del team e di esperto di biodiversità e ambiente, ha affrontato con grande piacere la visita di questi magici fondali sabbiosi, verificando da un lato una certa regressione di alcune specie, ma al tempo stesso segnalando la presenza, confortante, di un certo benthos e di banchi fitti di pesci trombetta, altrove oramai ridotti a sparuti gruppetti; considerando che questi pesci sono dei singnatidi (la stessa famiglia dei cavallucci marini) e che la loro presenza indica la possibilità di potersi nutrire e riprodurre, si perviene facilmente alla conclusione che, nonostante il degrado e l’inquinamento, questi pesci trovano ancora le condizioni sufficienti per vivere.
Che emozione nuotare ancora accanto a nuvole di frenetici pesci trombetta, che si avvicinano e formano figure che sembrano implodere ed esplodere in base allo stato d’animo. E sul fondo una miriade di grandi spirografi, solitari e in gruppi, colonizzati da crinoidi e in compagnia degli ultimi tunicati, tristemente in regressione (forse, in quanto filtratori, risentono delle condizioni ambientali, forse è un ciclo biologico, chi lo sa). Presenti pochi polpi, molti sciarrani e sacchetti (piccoli serranidi), diversi tipi di echinodermi, e una certa abbondanza di molluschi nudibranchi, in prevalenza flabelline.

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Tra i pesci cito inoltre l’abbondante presenza di murene e qualche scorfano, ma per il resto incontriamo soltanto una piccola rana pescatrice e poco altro. Echinodermi e tunicati si fanno più numerosi man mano che ci si sposta verso la foce del Calopinace, dove l’effetto della corrente è più forte. Ci siamo immersi con acqua abbastanza pulita e vento da sud moderato, condizioni molto importanti in questa zona della città. Le conclusioni che possiamo trarre sono semplici: il mare è ancora vivo, la biodiversità però si riduce; tutelare non significa solo migliorare la vivibilità dei litorali per il cittadino ma fare in modo che tutti sappiano e conoscano il valore del mare di casa propria, l’importanza di tutelarlo e preservarlo, sempre ammesso che ci possa interessare la sorte dei nostri figli e il futuro del pianeta…

 

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