Martedì, 18 Gennaio 2011 10:04

Alta profondità - 1971

Pubblicazione del marzo 1971 di R. Bucher su Mondo Sommerso

Due anni fa, su Mondo Sommerso di agosto-settembre 1968, esposi alcune idee ed impressioni circa le vere cause dell’ebrezza degli abissi , sulle quali vorrei ora tornare spinto da due motivi e cioè: il drammatico incidente di Ennio Falco e uno studio del dott. Scarlini.

MONDO SOMMERSO - marzo 1971

ARA - ALTA PROFONDITA'

di Raimondo Bucher

Due anni fa, su Mondo Sommerso di agosto-settembre 1968, esposi alcune idee ed impressioni circa le vere cause dell’ebrezza degli abissi , sulle quali vorrei ora tornare spinto da due motivi e cioè: il drammatico incidente di Ennio Falco e uno studio del dott. Scarlini.

Non nascondo che affronto questi problemi con un certo imbarazzo perché, nonostante la mia buona volontà di rimanere il più coerente possibile ai fatti, temo che si accenderanno di nuovo polemiche che, come allora, accenderanno la mala fede e quindi esuleranno per motivi personalistici dallo scopo dello scritto, che vuole essere una discussione serena ed aperta.
Un avvenimento drammatico ha focalizzato tutto un sistema e tutti gli aspetti positivi e negativi di una situazione che merita essere analizzata con criteri realistici senza volere trarne spunto per esibizionismi letterari e scientifici.
Mi riferisco alla tragica morte di Ennio Falco avvenuta nel maggio del 1969. Sulla personalità e sulla figura dello scomparso non destano dubbi, o sul suo effettivo valore, largamente dimostrato da primati mondiali in apnea e con autorespiratore oltre a numerosissime vittorie in campo agonistico.
E' seguita alla tragica morte una vera invasione di opinioni, di esposizioni scientifiche, di considerazioni più o meno valide, ma ahimè, nessuno di questi scritti era convalidato da un'effettiva conoscenza dei fatti, del come e del perché essi siano avvenuti. Di questo incidente non si avrà mai una definitiva spiegazione perché troppe circostanze hanno contribuito a creare il mistero.
Pur non essendo presente al momento dell'incidente ne ho potuto seguire gli sviluppi e gli avvenimenti un'ora dopo.
Ho avuto inoltre l'ingrato compito di fare la perizia per gli accertamenti legali. Tutte le opinioni e conclusioni sono state concentrate in un termine vago quale quello di « morte bianca », che non ha nessun significato neanche nel campo scientifico. Questo termine fu coniato da un giornalista fantasioso e non troppo esperto in questi problemi.

Vogliamo anzitutto accettare una realtà e cioè che esistono uomini, i pescatori di corallo, che infrangono e sconvolgono giornalmente i più basilari principi medico scientifici sulle immersioni subacquee profonde. L’affermazione che questi uomini non vanno presi in considerazione denota la sprovvedutezza di coloro che lo affermano.
In fondo la ragione è sempre la stessa e cioè che non si vuole studiare, da vicino, con un reciso programma scientifico, questi «mostri umani» che ad una osservazione più accurata sono esseri comuni senza un'alcuna specifica preparazione ne scientifica ne tanto meno fisiologica. Molti di questi provengono da livelli sociali alquanto modesti e non hanno quindi una preparazione intellettuale, culturale e tanto meno fisico-sportiva. In particolar modo vorrei citare uno dei più sportivi ed anche tra i più anziani di mestiere, che fuma più di due pacchetti di sigarette al giorno e beve una bottiglia di vino a pasto oltre il fatto che non svolge alcuna attività, oltre a quella subacquea, che possa migliorare le sue condizioni fisiologiche.

Viene ora spontanea la domanda come mai certi esseri non selezionati e non specificatamente preparati riescono giornalmente a scendere a profondità che per la scienza medica sono inaccettabili senza trarne un particolare danno. Gli incidenti, anche frequenti, non sono, ad un attento esame, dovuti alla particolare esposizione a questi fondali bensì ad inesperienza ed errori. Trovo inoltre assurdo catalogare questi sommozzatori con il termine «professionisti». Ad una professione si arriva in genere attraverso un tirocinio, una scuola ed una lunga pratica, che va dall'apprendista all'operaio o dallo studente al professionista. Il solo fatto che il prodotto delle loro immersioni si concretizzi in moneta non comporta l'accettazione della qualifica.

Vogliamo dunque affrontare con realismo questo problema senza sconfinare in affermazioni teoriche e pseudoscientifiche e trarre attraverso singoli fatti una conclusione che certamente sarà alquanto diversa da quelle attualmente esistenti?
Come esempio tipico citerò un fatto accadutomi, a seguito di una serie di vicissitudini negative, che mi ha portato ancora una volta a contatto con la realtà.

Due ragazzi che a qualunque costo volevano diventare pescatori di corallo mi pregarono di unirmi a loro per aiutarli nel loro intento. Uno di questi, che vantava una quasi ventennale esperienza subacquea con periodi di lavoro professionale, si autoeliminò, in mia assenza, quasi subito a seguito di una grave embolia con paralisi degli arti inferiori. Il secondo, tipica espressione della gioventù moderna, privo di ogni esperienza specifica, affermava di aver effettuato immersioni sugli 80 mt. Ma è proprio il caso di dire che tra il dire ed il fare c'è di mezzo il mare.
Volli per la mia innata prudenza vedere il suo comportamento a quote molto modeste.

Precedentemente ebbe a soli 45 mt. un incidente significativo, tornando in superficie dopo un quarto d'ora di permanenza, con tre bombole da 10 Lt caricate a 170 atm. completamente vuote e in stato di totale incoscienza. Pretesi, prima di iniziare ogni attività, una accurata visita da uno specialista qualificato perché il fatto era del tutto anormale. Per non venire meno ai miei principi e forte della mia lunga esperienza volli tentare una prova che consisteva, come primo provvedimento, nella totale sostituzione della sua attrezzatura con la mia. Incominciammo insieme a 30 Mt. per proseguire via via ed a tappe successive fino a raggiungere nello spazio di 20 giorni gli 85 mt. con risultati identici ai miei per chiarezza di comportamento e consumo d'aria.

Inutile aggiungere che non feci mai scendere questo subacqueo senza la mia presenza e devo dire che ebbi abbondante possibilità di controllare ogni particolare e di avere così ancora una volta la precisa conferma che nella maggior parte dei casi gli incidenti subacquei non vanno attribuiti a fattori fisiologici ma alla carente ed inadeguata attrezzatura ed esperienza. Questa attività però ebbe termine a causa dell'assoluta mancanza di autodisciplina e serietà, indispensabile in questo genere di attività. del soggetto.
La ragione vera, però, che mi ha spinto a riprendere questo argomento è stato uno scambio di opinioni e di idee con il dott. Scarlini.

Questo studioso, forte di una notevole preparazione scientifica quale primario medico di un ospedale, vanta anche un concreta esperienza subacquea maturatasi attraverso anni di immersioni. I suoi limiti sono quelli normali di uno sportivo, cioè quote di 40/50 mt. ma che in ogni modo gli permettono di indagare ed immedesimarsi in sintomatologie tipiche delle immersioni a grandi profondità (100 e più metri).
Volli esporgli attraverso lunghe conversazioni la mia convinzione e le mie idee riguardanti certe cause e fenomeni tipici di alcuni incidenti e stabilirne le eventuali origini. La mia convinzione esposta nello scritto di due anni fa non è cambiata, anzi, a seguito di altre 400 immersioni, in aggiunta alle precedenti 1200, si è rafforzata.
Pregai il dottore di espormi il suo pensiero in merito.
La mia sorpresa è stata grandissimi nel vedere con quale acume scientifico egli non solo ha compreso il problema ma lo ha saputo spiegare in maniera tanto convincente convalidandolo con considerazioni medico-scientifiche da confermare la mia tesi.

Certe persone che purtroppo rivestono posizioni di un certo prestigio agitano, per le profonda ignoranza del problema, lo spauracchio della morte.
Ma vediamo quanto c'è di vero.
Ovviamente porto sempre come indice valido il lavoro dei corallari Ho voluto fare un conticino grossolanamente approssimativo, ma che comunque, mille in più o meno non variano il tema.
Prendendo in media una ventina di questi sommozzatori che, sempre come media effettuano duecento immersioni a stagione si hanno in un anno, grosso modo, 400 immersioni da 80 a 110/115 metri.
Moltiplicando questa cifra per otto anni, da quando cioè, esclusi i pionieri, si è iniziata su vasta scala questa attività, raggiungiamo la fantastica cifra di 32.000 immersioni, che secondo certi scienziati non vanno prese in considerazione perché al di là delle possibilità umane.
Ebbene quanti sono i morti? Sono sei (questi sono considerati le vittime del su citato calcolo). Nel 1970 non si è avuto alcun incidente mortale nonostante l'aggravarsi delle condizioni di lavoro e l'aumento medio delle quote raggiunte. Ahimè, non così è degli incidenti mortali avuti dai comuni sommozzatori.

Fare una statistica esatta di questi fatti è impossibile ma ciò nonostante si può parlare di decine.
Voglio subito precisare, per risparmiare a qualcuno la solita frecciata velenosa, che non intendo consigliare l'immersione a prò rendita di quelle comunemente consigliate.
Tengo però ad affermare che la causa principale degli incidenti non è da attribuirsi solo alla profondità ma alla scarsa preparazione tecnica e all'ignoranza del problema.
L'iniziativa e l'organizzazione dei corsi federali di immersione subacquea ha contribuito a formare una base tecnica per gli aspiranti subacquei. Si è partiti dal nulla e, nei primi anni, si presentava la necessità di creare degli istruttori adatti all'insegnamento.
Non vi è dubbio che il programma d'obbligo che insegna gli elementi basilari della immersione, l'esposizione dei problemi fisiologici, i sistemi di salvataggio e la respirazione artificiale, diano al neofita una conoscenza basilare. Importanza massima riveste l'obbligo della visita sanitaria preventiva che stabilisce l'idoneità o meno dell'aspirante. Purtroppo però la conclusione di tutti questi fattori positivi crea in certi individui la presunzione di aver acquisito una sicurezza, che è del tutto inesistente. Vediamo così che un subacqueo con un pezzo di carta in mano sul quale sta scritto «brevetto» si crede maturo per affrontare le incognite, i rischi ed i complessi problemi per potersi immergere nel suo vero elemento qual'è, in ultima analisi, il mare. Arriviamo oggi all'assurdo che un neofita che ha frequentato con profitto i corsi ed in possesso di questo “brevetto” vale quanto o più di uno che ne è sprovvisto ma che può vantare vent'anni e più di esperienza specifica.
Ma c'è di peggio, e qui credo di scoprire le cause di quella strana mentalità diffusa sopra accennata, che hanno alcuni istruttori, quindi individui che assumono una precisa responsabilità di insegnamento, che vantano d'esperienza maturata da una serie di capriole in piscina arrivando così a brevetti, senza una concreta esperienza in mare. Sono ben diverse le responsabilità che si assumono maestri o istruttori che hanno l'unico scopo di insegnare altri sport. Un maestro di sci oppure di tennis non si rende responsabile quanto colui che pretende di insegnare come si va sottacqua. Non voglio qui assumere atteggiamenti paternalistici e tanto meno dare consigli ,ma sarebbe comunque opportuno riflettere su questo stato di cose; e non fare una forza del numero ma delle qualità. So che non è cosa facile soprattutto fin quando i benemeriti pionieri non cederanno il posto a forze nuove provviste di mentalità più moderna ed adeguata alle nuove esigenze. Non si può qualificare sommozzatore capace con sicura esperienza chi non abbia superato un serio tirocinio in ambiente vario in condizioni diverse, quali si presentano costantemente nell'attività sottomarina. Solo dopo un simile tirocinio si può parlare di « brevetto ».
Ma torniamo ai profondisti che si identificano per lo più con i corallari. Questi ultimi non vanno considerati come elementi a se stanti ma come soggetti per un esame su vasta scala dei più diversi sistemi di immersione effettuati come ad esempio la rapidità di discesa, la tecnica di respirazione, di risalita e i più svariati metodi di decompressione sia come quota che come durata, oltre ad una generalizzata scarsa alimentazione confrontata alle tabelle di calorie necessarie. Non va inoltre sottovalutata la lunga esposizione alle basse temperature durante immersioni che vanno dall'autunno inoltrato, all'inverno, alla primavera. A quest'ultimi negativi sistemi hanno posto rimedio, la stragrande maggioranza dei sommozzatori, con l'impiego di scaldabagni a gas immettendo nelle mute acqua calda durante le lunghe decompressioni.
In ultima analisi si potrebbero scoprire appunto attraverso questi vari sistemi quali possono rappresentare i motivi e le cause di certi incidenti oltre si intende alla predisposizione fisica dell'individuo. Tra questi sub ci sono alcuni che praticano questa attività da 15 e più anni esponendo il loro fisico al di là del consentito e approvate dalla conoscenza medica, senza mostrare segni particolari negativi del loro organismo Recentemente si è parlato persino di sterilità derivante da questa attività ma basti guardare le prosperose famigliole e la robustezza dei figli per affermare il contrario.
Tra questi sub vi sono alcuni che detengono il primato di embolie e pur continuano senza difficoltà la loro attività. Non sarebbe tutto questo sufficiente per iniziare une studio più approfondito su queste cavie umane?
E' difficile stabilire se l'atteggiamento dello scienziato, che in genere rifiuta ogni fattore che esula dalla sua conoscenza specifica sia positiva o negativa, ma è comunque dubbia, perché al di là di certe affermazioni categoriche non vi sia un metodo più duttile e più aperto per quanto avviene concreta mente nella realtà quotidiana.
Vent'anni fa, quando fui sfidato dai palombari napoletani a dimostrare che un comune mortale poteva scendere senza alcun apparecchio e con la sola capacità dei suoi polmoni a 30 mt. di profondità, fui letteralmente inondato da atteggiamenti negativi che in certi casi sconfinavano nella cattiva educazione di certi medici.
Si parlò allora dell'impossibilità di simili imprese e anche quando furono dimostrate con tanto di controllo, si ripiegò su certe mostruosità fisiologiche. Nella mia poca esperienza di allora ebbi il coraggio di affermare che questa prova era appena l'inizio e che il corpo umano era capace di ben altro. Infatti la successione dei record in apnea precipitava in maniera vertiginosa e siamo arrivati oggi a ben -76 metri.
Vogliamo tornare ora alle nostre immersioni respirando aria? E' chiaro che nel campo prettamente professionale questo sistema, oltre certe quote, non viene preso in considerazione ma pensiamo a quella schiera sempre crescente di appassionati, di sportivi, di ricercatori che useranno sempre questo elemento, cioè l'aria, perché a portata di tutti e in qualunque luogo. Sarà quindi la stragrande maggioranza dei subacquei che si immergerà con questo sistema per molto tempo ancora. Vi sarà sempre una certa categoria di benpensanti che nella loro ignoranza si batteranno sempre e ovunque contro manifestazioni che rappresentano dei limiti da superare, ignorando con ciò che vi sarà sempre nel progresso chi rinnoverà un detto: « il progresso cammina in fila indiana dietro colui che è disposto a rischiare ». Ma è dunque solo rischio? O non è forse una necessità assoluta per conoscere più a fondo le nostre possibilità per un miglioramento sempre più concreto dell'ausilio tecnico?
Mi permetto qui di invitare tutti coloro che vedono e credono nell'approfondimento di certi fattori un'apertura valida per la conoscenza di certi misteri di non trincerarsi dietro quel « non vanno presi in considerazione » per non accettare quelle 32.000 immersioni che in realtà sono molte di più e che esistono e dimostrano al di là della conoscenza scientifica le possibilità di quell'essere mostruoso per le sue possibilità fisiche che madre natura ha creato e che è l'uomo.


Com. RAIMONDO BUCHER

Letto 4994 volte Ultima modifica il Martedì, 11 Luglio 2017 14:35
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